LOGOS, PERIMETRO E SCIENZA
[In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. Gv. 1-1]
Il Prologo del Vangelo di Giovanni non introduce una narrazione, ma una distinzione ontologica decisiva... quella tra il Creato e il Logos. La scienza nasce e opera interamente all’interno del creato. Il suo campo è ciò che è dato, misurabile, osservabile, formalizzabile. Essa indaga le leggi che regolano il mondo, ne descrive i processi, ne prevede i comportamenti. In questo senso, la scienza è uno dei più alti strumenti di conoscenza dell’umano. Ma proprio per questo essa resta, per struttura, interna al perimetro di ciò che è stato fatto.
Il Logos, invece, non è una parte del creato, né una sua funzione avanzata. Non è un oggetto tra gli oggetti, né una legge nascosta che attende di essere scoperta. È il principio stesso che rende possibile l’esistenza del creato e la sua intelligibilità. Non spiega il mondo, lo rende spiegabile. Non è una causa tra le cause, ma la condizione di possibilità di ogni causalità. Confondere il Logos con una legge fisica ultima significa trasformare il fondamento dell’essere in un elemento dell’essere, e quindi perderlo.
La scienza può descrivere l’ordine del mondo, ma non fondarlo. Può analizzare la struttura della materia, ma non dire perché vi sia qualcosa piuttosto che nulla. Può ricostruire l’evoluzione della vita, ma non generare il principio della vita come tale. Ogni suo progresso amplia il dominio del conoscibile, ma non oltrepassa mai il confine che separa il “come” dal “perché”. Il Logos abita esattamente questo confine, non come risposta tecnica, ma come origine.
Per questo la scienza non può dominare il Logos. Non perché le manchi potenza, ma perché le manca il punto di vista. Ogni sapere scientifico presuppone il mondo, il Logos è ciò che rende possibile il mondo stesso. Tentare di ridurlo a oggetto di conoscenza equivale a voler misurare il metro con cui si misura, o a illuminare la luce che permette di vedere. Il Logos non è dentro l’orizzonte dell’esperimento, perché è ciò che rende possibile ogni orizzonte.
L’incarnazione, in questa prospettiva, non è una smentita della scienza, ma la sua definitiva delimitazione. Il Verbo che si fa carne non diventa un fenomeno spiegabile, ma una presenza che sottrae il senso ultimo a ogni appropriazione. Mostra che il principio dell’essere non si offre al dominio, ma alla relazione, non alla manipolazione, ma al riconoscimento. La verità non coincide con il controllo.
Il rischio moderno non è la scienza, ma la sua assolutizzazione: quando il sapere che opera nel creato pretende di esaurire il senso del reale. In quel momento la scienza smette di essere conoscenza e diventa ideologia. Il Logos, invece, resta irriducibile, non perché oscuro, ma perché eccedente. Non si oppone alla scienza, ma la giudica, ricordandole che ogni sapere autentico nasce dal riconoscimento del proprio limite.
Così il Prologo di Giovanni non nega il valore della scienza, ma ne impedisce la divinizzazione. Dice che il mondo è intelligibile, ma non autosufficiente, conoscibile, ma non auto-fondato. La scienza esplora il creato con rigore e potenza. Il Logos, però, resta l’architettura invisibile che rende possibile ogni esplorazione, senza mai diventare oggetto di essa.
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