REALTÀ O PERCEZIONE?

Tutta la meccanica quantistica e tutta la relatività non descrivono la realtà ma ciò che possiamo sapere della realtà. [Tersite] 

La questione che emerge quando si mettono insieme meccanica quantistica e relatività generale non è soltanto tecnica o matematica, ma tocca il modo stesso in cui intendiamo la realtà e il rapporto tra ciò che esiste e ciò che possiamo conoscere. La fisica del Novecento, spesso raccontata come una progressiva scoperta di stranezze controintuitive, può essere letta invece come una lenta e rigorosa rinuncia all’idea che il mondo possieda proprietà assolute, definite una volta per tutte, indipendenti da ogni relazione. In meccanica quantistica questa rinuncia è evidente, lo stato di un sistema non è la fotografia di “com’è davvero” una particella, ma una codifica delle informazioni che un osservatore può ottenere attraverso specifiche interazioni. La posizione, il momento, persino l’esistenza di una traiettoria ben definita non sono attributi che attendono di essere rivelati, ma risultati che emergono dall’incontro tra sistemi fisici. In questo senso Heisenberg non stava introducendo un limite tecnologico, bensì un limite concettuale: non osserviamo la natura in sé, osserviamo la natura così come si manifesta nelle nostre domande sperimentali. La relatività generale, pur apparendo più “realista”, porta avanti una rivoluzione analoga. Lo spazio e il tempo non sono il palcoscenico neutro sul quale si muovono gli eventi, ma elementi dinamici che rispondono alla presenza di energia e materia. Anche qui, ciò che chiamiamo realtà non è un oggetto statico, bensì una struttura di relazioni coerenti che si manifestano nei percorsi della luce, nel moto dei pianeti, nel ticchettio degli orologi e nelle vibrazioni dello spazio-tempo stesso sotto forma di onde gravitazionali. È vero che accediamo a questa struttura sempre tramite messaggeri, tramite interazioni, tramite segnali che portano informazione, ma la straordinaria coerenza delle previsioni per tutti i tipi di sistemi suggerisce che non stiamo descrivendo solo i limiti della conoscenza, bensì una realtà che è oggettiva proprio perché relazionale e non assoluta. La tentazione epistemica, cioè l’idea che le teorie moderne parlino solo di ciò che possiamo sapere e non di ciò che esiste, è comprensibile e in parte fondata, ma diventa problematica se scivola nell’idea che dietro non ci sia nulla di strutturato. La fisica contemporanea sembra invece indicare una via intermedia più sottile. Esiste una realtà, ma non è fatta di oggetti dotati di proprietà intrinseche osservabili “da nessun luogo”, è fatta di interazioni, di correlazioni stabili, di regolarità che emergono solo quando i sistemi entrano in relazione. In questa prospettiva, un nuovo messaggero, una nuova forma di interazione o una nuova finestra osservativa non demolirebbe le teorie fondamentali, ma ne arricchirebbe il tessuto, perché ciò che esse descrivono non è il mezzo specifico della misura, bensì la struttura profonda che rende possibile ogni misura. La meccanica quantistica non dipende dalla luce, né la relatività generale dalla vista umana. Entrambe parlano di un mondo che non concede un punto di osservazione privilegiato, che non offre proprietà assolute, ma che è sorprendentemente coerente nel modo in cui tutte le relazioni si intrecciano. Forse la lezione più radicale della fisica moderna non è che la realtà sia strana o inconoscibile, ma che la realtà sia meno simile a un inventario di cose e più simile a una trama di relazioni, e che conoscere il mondo significhi, inevitabilmente, farne parte.

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