AAA COMPRASI STATO

L’idea che un territorio possa essere venduto come un bene qualsiasi ci appare oggi scandalosa, quasi sacrilega. Eppure, per secoli, la cessione di province, isole o intere popolazioni è stata un atto amministrativo ordinario, privo della carica emotiva che oggi gli attribuiamo. Il motivo non risiede in una presunta barbarie dei nostri antenati, ma nell’assenza di ciò che oggi consideriamo naturale. Una coscienza collettiva nazionale.
Fino all’Ottocento inoltrato, la maggior parte delle persone non si percepiva come parte di una “patria”, ma di un orizzonte molto più ristretto: il villaggio, il campanile, il campo da coltivare. Mancavano gli strumenti che rendono possibile l’identità di massa, alfabetizzazione diffusa, stampa popolare, una lingua condivisa, media capaci di sincronizzare emozioni e indignazioni. Senza questa infrastruttura culturale, la nazione restava un concetto astratto, lontano, quasi metafisico. Così, quando un sovrano cedeva un territorio, non tradiva un popolo, spostava un cartoncino su una mappa. Gli abitanti erano una voce di bilancio, un dettaglio tecnico, non una comunità da consultare.
Oggi raccontiamo a noi stessi una storia rassicurante, che simili atti sarebbero impossibili perché siamo diventati più civili, più consapevoli, più democratici. Ma questa narrazione è solo una mezza verità. Non vendiamo più territori perché l’identità nazionale è diventata un dispositivo potentissimo, interiorizzato, capace di generare reazioni immediate. Tuttavia continuiamo a vendere ciò che non possiede un valore simbolico altrettanto evidente: sovranità economica, infrastrutture strategiche, autonomia energetica, capacità decisionale. Sono cessioni meno visibili, più tecniche, più difficili da tradurre in indignazione collettiva.
Il paradosso è che mentre condanniamo retroattivamente le vendite dell’Ottocento, accettiamo senza grandi scosse smembramenti più profondi e sofisticati. Non perché siamo più ingenui dei nostri antenati, ma perché siamo più anestetizzati, immersi in un rumore informativo che confonde, disperde, neutralizza. La coscienza collettiva che un tempo mancava oggi esiste, ma è saturata, frammentata, incapace di riconoscere ciò che davvero la riguarda.
Il risultato è una forma nuova di alienazione. Un tempo si cedeva il corpo dello Stato, oggi si cede il suo sistema nervoso. E mentre celebriamo la nostra presunta maturità democratica, rischiamo di non accorgerci che la vera posta in gioco non è più la terra, ma la capacità di decidere chi siamo e chi vogliamo diventare.

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