COLTELLI ELETTORALI
La morte dello studente diciottenne all’istituto Chiodo di La Spezia è una tragedia che dovrebbe imporre silenzio, rispetto e riflessione. Invece è diventata l’ennesima occasione per fare propaganda. Il copione è sempre lo stesso. Un fatto di sangue, un dolore autentico, e subito dopo la corsa della destra e del Governo a infilare la tragedia nel tritacarne ideologico. Non per capire, non per prevenire, ma per indirizzare la paura dove conviene politicamente.
Così, mentre una famiglia piange un figlio e una comunità scolastica resta traumatizzata, da Roma arriva la solita risposta muscolare. Un decreto dal nome roboante e ridicolo, il decreto ANTI MARANZA, che sembra più il titolo di una barzelletta che di un provvedimento serio. Un decreto che suggerisce, senza dirlo apertamente ma facendolo capire benissimo, che il problema siano gli stranieri, i ragazzi di origine immigrata, le periferie multietniche. Una generalizzazione rozza e tossica, buona per i talk show e per i social, inutile e dannosa per la realtà.
È la solita scorciatoia. Se un ragazzo uccide un coetaneo non è perché vive in una scuola senza psicologi, senza educatori, senza strumenti di prevenzione. Non è perché cresce in una società che reprime le emozioni, che lascia soli gli adolescenti, che trasforma ogni conflitto in uno scontro permanente. No. È perché è straniero. O perché frequenta stranieri. O perché assomiglia a uno straniero. Volutamente straniero, non riconoscendogli la cittadinanza italiana nemmeno se nato e cresciuto in Italia. La maranza come categoria morale, prima ancora che sociale. Un’etichetta buona per criminalizzare intere generazioni e lavarsi la coscienza.
Peccato che i fatti, come spesso accade, raccontino altro. Raccontano scuole abbandonate, classi sovraffollate, insegnanti lasciati soli a fare da docenti, psicologi, assistenti sociali e mediatori di conflitti. Raccontano uno psicologo scolastico ogni 1500 studenti, quando va bene [ce ne vorrebbero 1 ogni 500, secondo gli standard europei]. Raccontano tagli sistematici alla scuola pubblica fatti dagli stessi governi che oggi fingono indignazione. Raccontano una politica che non investe un euro in prevenzione ma ne spende dieci in repressione, perché la repressione rende meglio in campagna elettorale.
Il decreto ANTI MARANZA non serve a proteggere i ragazzi. Serve a rassicurare un elettorato spaventato a cui si offre un nemico semplice e riconoscibile. Serve a dire che il problema non siamo noi, non è il modello sociale che abbiamo costruito, non è l’abbandono educativo. Il problema sono loro. Sempre loro. Gli altri. Gli stranieri. I figli sbagliati delle periferie sbagliate.
Intanto i ragazzi continuano a crescere iperconnessi e soli, immersi in una cultura della competizione e dell’umiliazione permanente, dove un litigio non finisce mai perché continua online giorno e notte. Continuano a non avere spazi di ascolto, né a scuola né fuori. Continuano a non imparare a riconoscere la rabbia, la frustrazione, il rifiuto. Soprattutto i maschi, educati a non chiedere aiuto e a vergognarsi della fragilità, fino a quando la fragilità esplode sotto forma di violenza.
Ma di tutto questo nel decreto non c’è traccia. Nessun investimento serio in psicologi scolastici. Nessun rafforzamento dei servizi territoriali. Nessun piano nazionale per l’educazione emotiva e affettiva. Nessuna assunzione di responsabilità politica. Solo più controlli, più polizia, più punizioni, si proibisce l'acquisto dei coltelli [l'omicida se lo è portato dalla cucina di casa sua, per dire], come se la scuola fosse una caserma e gli studenti potenziali nemici interni.
La verità è che la destra non vuole risolvere il problema, perché il problema risolto non porta voti. La paura sì. L’emergenza permanente sì. Il nemico inventato sì. Così ogni tragedia diventa carburante per la propaganda, ogni morto un pretesto, ogni dolore un’occasione per rilanciare la solita narrazione securitaria che non cura nulla e peggiora tutto.
Dietro questa storia non c’è una guerra etnica. C’è una guerra sociale combattuta sulla pelle dei più giovani. C’è una politica che ha rinunciato a educare e ha scelto di punire. C’è uno Stato che arriva sempre dopo, con il manganello in mano e la faccia scandalizzata, fingendo di non sapere che ciò che reprimi senza capire prima o poi ti esplode addosso.
Alla fine restano due vite distrutte. Un ragazzo che non tornerà a casa. Un altro che vivrà per sempre con il marchio dell’assassino. Famiglie devastate. Compagni segnati. Insegnanti lasciati soli anche nel dolore. E un Governo che, invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità, preferisce firmare un decreto dal nome grottesco e indicare un colpevole comodo.
Poi, tra qualche mese, succederà di nuovo. Stessa dinamica. Stesso dolore. Stesso decreto. Stessa propaganda. E ancora una volta qualcuno dirà che è stata una fatalità. No. È una scelta politica.
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