COME RANE NELLA PENTOLA

Mettiamoci comodi e parliamo di ciò che tutti fingono di non vedere... l’ordine economico che abbiamo dato per scontato per cinquant’anni sta scivolando via. Non crolla, non esplode. Si consuma. Come neve al sole. Nessun boato, solo numeri che cambiano mentre noi guardiamo Netflix e ci chiediamo perché la spesa costa sempre di più.

Tutto inizia nell’agosto del 1971, quando Nixon chiude la finestra dell’oro. Da quel momento il dollaro vale perché Washington dice che vale. Fine delle garanzie materiali, resta la fiducia. In cambio, gli Stati Uniti offrono mercati aperti, sicurezza delle rotte commerciali, accesso globale a petrolio, gas, grano e merci varie purché pagate in dollari. Nasce così il “privilegio esorbitante”, la possibilità per gli USA di spendere più di quanto incassano per decenni senza fallire davvero.

Guerre, welfare, salvataggi bancari, consumi a credito...il conto non lo paga l’America, lo paga il resto del mondo, che ha bisogno di dollari per commerciare e quindi li accumula, li investe in Treasury, li presta a tassi ridicoli. È uno schema perfetto, legale, strutturale. Finché qualcuno non decide di smettere di giocare.

La Cina gioca per trent’anni. Esporta tutto, incassa dollari e li reinveste in titoli americani, diventando il principale creditore di Washington. Sembra una posizione solida, finché diventa chiaro che quei titoli non sono ricchezza, ma leva politica. Le riserve russe congelate nel 2022 sono il messaggio definitivo...chi controlla la valuta controlla l’interruttore.

Da lì Pechino cambia passo. Nessun annuncio, nessuna guerra finanziaria. Solo vendite costanti di Treasury e acquisti massicci di oro. Le detenzioni cinesi scendono ai minimi dal 2008, l’oro entra in riserva come bene non sanzionabile. Non è un attacco al dollaro, è una fuga ordinata. E nessuno può accusarla di nulla: sta solo diversificando.

Il resto del mondo osserva. La Russia commercia con la Cina quasi solo in valute locali. I BRICS firmano accordi bilaterali, sperimentano sistemi di pagamento alternativi, costruiscono circuiti paralleli. Nessuna rivoluzione, solo riduzione della dipendenza. Ed è questo il punto che in Occidente si fatica a capire: il dollaro non deve essere sostituito per perdere centralità. Basta che diventi evitabile.

Il paradosso è che, mentre la Cina si ritira, il mercato dei Treasury regge. Le detenzioni straniere restano elevate grazie a Giappone, Regno Unito e fondi privati. Ma le motivazioni sono sempre più fragili, interventi valutari, rendimenti alti, opportunismo. Non fiducia strategica. Questo significa una cosa sola, per attirare capitali, Washington deve pagare di più. E più paga, più il debito diventa un problema.

Il dollaro resta dominante, ma arretra: dal 72% delle riserve globali nel 2001 a circa il 58% oggi. È ancora la lingua franca della finanza, come la sterlina lo era negli anni Venti. Nessuno annunciò la fine dell’impero britannico. Un giorno, semplicemente, il centro del mondo si era spostato.

L’Europa, nel frattempo, resta schiacciata. Energia cara, tassi importati dalla Federal Reserve, industria che perde competitività e migra altrove. L’euro vale circa il 20% delle riserve globali, ma senza uno Stato, senza esercito, senza politica fiscale comune, resta una moneta senza impero. Tecnicamente solida, geopoliticamente debole.

Il rischio, sempre più evidente, è che l’Europa stia facendo la fine della rana nella pentola mentre l’acqua si scalda lentamente, l’abitudine sostituisce l’allarme e la reazione arriva quando ormai è troppo tardi.

Chi paga il conto di questa transizione silenziosa è la classe media. Inflazione che erode i salari, crescita più lenta, servizi pubblici peggiori. Nessun crollo improvviso, solo un lento scivolamento. La fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta e il ritorno di un mondo a blocchi, più diffidente, più armato, più povero.

La parte grottesca è che tutto questo accade ora, senza titoli cubitali. Solo numeri che cambiano, accordi firmati, oro accumulato. Tra dieci o vent’anni sembrerà ovvio. Diremo che era inevitabile.

La musica partita nel 1971 non si è fermata, si è solo abbassata. E quando smette del tutto, chi è rimasto seduto paga. Il privilegio esorbitante non sta crollando: sta svanendo. E il conto, questa volta, non lo pagherà qualcun altro.

Commenti

Posta un commento

Post popolari in questo blog

IL SONDAGGIONE: IO VOTO VANNACCI PERCHÈ...

È TUTTO FRUTTO DELLA FANTASIA?

DIALOGO VS MONOLOGO