CONTRADDIZIONI
C’è un fenomeno curioso nel dibattito politico americano sulle armi che, soprattutto nell’universo MAGA, assume contorni quasi affascinanti nella loro assurdità, ed è quella strana forma di coerenza elastica che permette alle stesse persone di sostenere contemporaneamente tesi opposte senza avvertire il minimo disagio. Funziona più o meno così. Quando avviene un mass shooting, scatta immediatamente il riflesso condizionato. Le armi non c’entrano niente. E a quel punto parte l’elenco, ormai rituale, dei veri colpevoli. Videogiochi violenti, Hollywood corrotta, crisi dei valori, famiglie distrutte, solitudine, farmaci, Internet, mancanza di Dio e, naturalmente, il sempreverde deep state. Tutto tranne quell’oggetto di metallo progettato specificamente per lanciare proiettili dentro altri corpi umani. In questo schema l’arma diventa una specie di entità filosofica, neutra, innocente, passiva, come un cucchiaio o un tostapane. Non uccide nessuno. Sono sempre e solo le persone a farlo.
Il problema è che questa purezza ontologica dell’arma dura esattamente finché resta nelle mani giuste dal punto di vista politico. Basta che durante una protesta muoia qualcuno e che tra gli avversari emerga una persona che possiede un’arma, non che l’abbia usata, non che l’abbia estratta, non che l’abbia puntata, semplicemente che la possieda, ed ecco che improvvisamente quella stessa pistola diventa una prova schiacciante di malvagità latente. Aveva un’arma, quindi era pericoloso, quindi chissà cosa stava per fare. La neutralità evapora in un istante. L’oggetto che ieri era solo un pezzo di metallo oggi è una macchia morale.
Naturalmente chi sostiene questa posizione giura che non c’è nessuna contraddizione. Dicono che stanno solo distinguendo tra uso legittimo e uso criminale, tra autodifesa e aggressione, tra cittadini responsabili e delinquenti. Sulla carta il ragionamento regge. Nella pratica la distinzione smette di essere giuridica e diventa tribale. Se l’arma è nelle mani di uno dei nostri resta neutra. Se è nelle mani di uno di loro diventa improvvisamente sospetta, carica di intenzioni oscure, quasi dotata di una volontà propria. È come se l’arma sviluppasse una coscienza politica. Conservatrice quando difende, progressista quando minaccia.
Sarebbe però troppo facile raccontare questa storia come se riguardasse solo la destra. Anche la sinistra americana coltiva una propria versione di geometria variabile. Denuncia giustamente la strage permanente prodotta dalla diffusione delle armi, ma talvolta minimizza quando la violenza arriva da ambienti ideologicamente affini. Predica il disarmo civile, mentre accetta senza grandi turbamenti che politici e personaggi pubblici siano protetti da guardie armate. Il principio di fondo resta lo stesso. La violenza è intollerabile quando colpisce noi. Diventa spiegabile quando colpisce loro.
Il risultato è che il dibattito sulle armi non è più un confronto su politiche pubbliche, ma uno scontro tra identità. L’arma ha smesso di essere un oggetto da regolamentare ed è diventata un totem. Per alcuni rappresenta libertà, autonomia, virilità, resistenza allo Stato. Per altri rappresenta morte, caos, arretratezza morale. E quando qualcosa diventa un simbolo identitario smette automaticamente di essere discusso in modo razionale. Non lo analizzi. Lo veneri o lo demonizzi.
Così va avanti questa tragicommedia americana, in cui le contraddizioni pesano meno di un proiettile e la logica viene trattata come un optional accademico. Un cappellino rosso o una bandiera arcobaleno decidono se un’arma è libertà o minaccia, diritto sacro o peccato mortale. Aristotele probabilmente si strapperebbe la barba, ma in un paese dove metà della popolazione vive in una bolla informativa diversa dall’altra metà, la contraddizione non è un errore di sistema. È una funzione incorporata.
Forse allora la vera domanda non è chi abbia ragione sulle armi. Forse la domanda è se siamo ancora capaci, come società, di sostenere una conversazione onesta su qualsiasi cosa senza trasformarla immediatamente in una guerra di appartenenze. Perché finché le armi continueranno a essere contemporaneamente innocenti e colpevoli, neutre e maledette, a seconda di chi le guarda, non avremo solo un problema con le pistole. Avremo un problema con la realtà stessa.
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