COPERTINE DI UN LIBRO

È una delle piccole grandi superstizioni del dibattito pubblico occidentale...è l’idea che una persona davvero povera, per essere credibile, debba presentarsi come un personaggio uscito da un dagherrotipo ottocentesco. Stracci addosso, sguardo perso nel vuoto, mani tese e possibilmente nessun contatto con la modernità. In questo quadro folkloristico, l’eventualità che un migrante affronti un viaggio di mesi o anni portando con sé uno smartphone viene percepita come una clamorosa contraddizione, quasi una prova inconfutabile di benessere occulto. Una tesi che circola con sorprendente disinvoltura nei salotti televisivi, dove l’immigrazione viene spesso discussa con la stessa competenza con cui un oste di provincia potrebbe commentare la meccanica quantistica.

La realtà, ovviamente, è molto meno pittoresca e molto più brutale. Nessun migrante dotato di un minimo di buonsenso, cosa che sembrano non avere tanti "odiatori" professionisti o i loro "utili idioti", partirebbe con addosso tutti i risparmi disponibili, spesso frutto di prestiti, vendite di beni familiari e indebitamenti che coinvolgono interi nuclei e, talvolta, più generazioni [alla prima curva, una botta in testa e fine del viaggio]. Non è ricchezza, è una scommessa collettiva. È la dimostrazione di una condizione talmente disperata da rendere accettabili rischi che, in circostanze normali, nessuno prenderebbe. Ma chi ragiona con categorie da romanzo vittoriano sembra aspettarsi che la povertà si manifesti ancora come nel XIX secolo, come se il progresso tecnologico si fosse fermato alle porte dell’Europa e non avesse mai raggiunto villaggi africani, periferie asiatiche o città mediorientali.

In questo contesto, il cellulare, l'oggetto che nella narrazione da bar è la prova definitiva che il migrante non è in uno stato di bisogno, non è un lusso. È uno strumento di sopravvivenza. Serve per chiamare aiuto, per orientarsi, per mantenere contatti con la famiglia, per ricevere istruzioni, per inviare e ricevere denaro. Oggi gran parte delle rimesse viaggia attraverso canali digitali...app di money transfer, portafogli elettronici, sistemi di pagamento mobile. Per milioni di persone, lo smartphone è l’unico sportello bancario disponibile. Pensare che chi è povero debba essere anche tecnologicamente primitivo è una forma di esotismo travestito da buonsenso.

L’immagine del “vero povero” come mendicante medievale che elemosina una crosta di pane continua a esercitare un fascino perverso. Molto meno affascinante, evidentemente, è l’idea di un ventunenne eritreo che attraversa il Sahara con un Samsung in tasca e un’app che gli permette di mandare o ricevere cinquanta euro alla madre rimasta a casa, sentire il calore della famiglia. Eppure è questa la normalità dei percorsi migratori contemporanei.

Lo stesso vale per la questione dei documenti. La narrazione secondo cui i migranti “non hanno documenti” è una semplificazione ideologica estremamente comoda. Trasforma persone reali in sagome indistinte, in presenze nebulose senza storia né identità. In realtà, molti partono con documenti regolari, che poi vengono persi, rubati, confiscati dai trafficanti o, in una minoranza di casi, distrutti per scelta. Inoltre, senza un minimo di identificazione sarebbe molto difficile accedere ai servizi finanziari formali, che richiedono procedure di verifica sia per il mittente sia per il destinatario. Le banche e le piattaforme di pagamento non sospendono magicamente le regole quando si tratta di africani o mediorientali. La stessa. SIM del telefono è un documento, perlomeno, tramite il gestore telefonico si può risalire a chi è intestato e tracciarne il percorso. 

Quello che emerge è un quadro fatto di reti familiari, comunità che investono tutto su una persona, strategie di lungo periodo, calcoli dolorosi ma razionali. Altro che masse irrazionali allo sbando. I percorsi migratori sono complessi, stratificati, pianificati. Possono salvare una generazione o condannarne diverse. Ridurli a un caos primitivo serve solo a giustificare politiche miopi e a tranquillizzare coscienze inquietate.

Il dibattito occidentale sull’immigrazione, infatti, è viziato da un paternalismo oscillante tra due estremi...il buonismo zuccheroso che vede nei migranti solo poverini da compatire e il cinismo feroce che li vorrebbe respingere a qualsiasi costo. In entrambi i casi, viene negata loro una cosa fondamentale...la dignità di essere considerati soggetti razionali, capaci di prendere decisioni complesse in condizioni estreme.

Così finiamo a discutere seriamente se sia “legittimo” che un richiedente asilo possieda un iPhone, come se la miseria dovesse essere certificata dall’assenza di tecnologia [che poi, se fossero tutti dei macilenti e vestiti di stracci, sarebbe l'argomentazione con cui si vorrebbero respingere]. Nel frattempo, quasi nessuno si sofferma sul fatto che intere famiglie si indebitino per decenni pur di dare a un figlio, di solito il primo figlio maschio, una possibilità. Questo sì che è un indicatore potente della disperazione. Ma non fa audience. Non entra bene in uno slogan. E soprattutto non si presta a essere trasformato nell’ennesima caricatura del migrante come problema, anziché come essere umano immerso in un mondo diseguale che non ha contribuito a creare. Meglio giudicarli dalla copertina. 

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