GROENLANDIA
Durante la Guerra fredda la Groenlandia occupava già una posizione di rilievo nella sicurezza occidentale, sebbene in modo silenzioso e altamente tecnico. La sua collocazione lungo la traiettoria più breve tra Unione Sovietica e Nord America la rendeva un tassello fondamentale del sistema di allerta precoce statunitense e della deterrenza nucleare. In questo quadro, la base di Thule rappresentava il cuore delle infrastrutture radar e missilistiche rivolte verso il fronte artico, un avamposto essenziale nella logica della contrapposizione bipolare.
Accanto a questa funzione, l’isola svolgeva un ruolo cruciale nel controllo dello Stretto di Danimarca e del GIUK gap, il corridoio strategico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito attraverso cui i sottomarini sovietici dovevano transitare per raggiungere l’Atlantico settentrionale. In quel contesto, la Groenlandia non era oggetto di contesa politica visibile, ma una piattaforma pienamente integrata nell’architettura difensiva occidentale, saldamente ancorata all’Occidente attraverso la sovranità danese e gli accordi con gli Stati Uniti.
Con la fine della Guerra fredda e il venir meno della minaccia sovietica, questa centralità strategica si attenua. La Groenlandia scivola progressivamente ai margini del dibattito sulla sicurezza internazionale, percepita come un territorio remoto, stabile e politicamente neutro. Per anni l’isola viene associata soprattutto alla cooperazione scientifica e alla tutela ambientale, più che alla competizione geopolitica.
Proprio in questa fase di marginalizzazione, però, si avviano dinamiche politiche destinate a pesare nel lungo periodo. Nel 1979 la Groenlandia ottiene un primo statuto di autonomia dalla Danimarca, ulteriormente rafforzato nel 2009 con l’autogoverno. Nuuk acquisisce competenze sempre più ampie, incluse quelle sulla gestione delle risorse naturali. Pur restando formalmente parte del Regno di Danimarca, l’isola sviluppa così uno spazio politico autonomo, reso fragile dalla persistente dipendenza economica dai sussidi danesi.
La percezione della Groenlandia come periferia innocua inizia a mutare lentamente negli anni Duemila, ma è soprattutto dalla metà del decennio successivo che l’isola rientra nel discorso strategico occidentale. Il fattore decisivo è la trasformazione dell’Artico, accelerata dal riscaldamento globale. Il ritiro dei ghiacci riduce la funzione di barriera naturale, apre nuove rotte marittime, rende accessibili risorse strategiche e riporta al centro la dimensione militare dello spazio artico.
In parallelo, il deterioramento dei rapporti con la Russia dopo il 2014 rafforza questa dinamica. Mosca intensifica la propria presenza militare nell’Artico, riattiva basi, dispiega sistemi radar e missilistici e riafferma il ruolo dell’asse artico come corridoio operativo tra Eurasia e Nord America. In questo contesto, la Groenlandia torna a essere un nodo chiave per il controllo del Nord Atlantico, per i sistemi di allerta precoce e per il monitoraggio delle attività navali russe.
Anche la base di Thule recupera centralità, non solo in chiave nucleare ma anche spaziale. L’emergere di capacità anti-satellite e di sistemi di sorveglianza orbitale rende infatti le installazioni groenlandesi sempre più rilevanti per la difesa missilistica e la sicurezza dello spazio circumterrestre.
A complicare ulteriormente il quadro si inserisce la Cina. Pur non essendo uno Stato artico, Pechino si propone come attore “quasi artico”, investendo in Groenlandia attraverso progetti minerari, infrastrutturali e di ricerca. Questo attivismo suscita crescenti preoccupazioni a Washington e nelle capitali europee, alimentando il timore che l’influenza economica possa tradursi in leva politica e strategica. La fragilità economica dell’isola, unita alla ridotta dimensione demografica, aumenta la sua esposizione a forme di penetrazione esterna non convenzionali.
È in questo contesto che, tra il 2018 e il 2019, la Groenlandia viene definitivamente reinterpretata come un nodo sensibile della sicurezza occidentale. La proposta statunitense di acquistarla, per quanto rapidamente accantonata, rende esplicita questa nuova consapevolezza: la Groenlandia non è più una periferia trascurabile, ma un avamposto il cui allineamento incide direttamente sugli equilibri tra Stati Uniti, NATO, Russia e Cina. Al tempo stesso, quella mossa contribuisce a irrigidire i rapporti con Copenhagen e ad alimentare il nazionalismo groenlandese, aprendo spazi politici che attori esterni potrebbero sfruttare.
Oggi la rilevanza della Groenlandia non deriva da una minaccia immediata, ma dal rischio che diventi uno spazio di competizione non governata in una regione che, sciogliendosi, ha smesso di essere marginale. La sfida per l’Occidente non è solo militare, ma politica: gestire una transizione complessa in cui aspirazioni groenlandesi all’autonomia, interessi danesi, priorità NATO e pressioni esterne si intrecciano in un equilibrio ancora instabile.
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