I NIPOTI DEL CAPITALISMO

Avete mai notato che nelle storie Disney i genitori sembrano svaniti nel nulla. Nessun padre severo, nessuna madre affettuosa, nessun fratello maggiore pronto a richiamare all’ordine. A reggere il mondo di Paperopoli sono zii eccentrici, cugini scapestrati e, al massimo, una nonna saggia che sforna crostate. La famiglia tradizionale è assente, sostituita da un albero genealogico tutto laterale, una costellazione di parentele affettive priva di radici verticali. Questo dettaglio, apparentemente innocuo e per decenni dato per scontato, colpì nel 1971 due intellettuali cileni, Ariel Dorfman e Armand Mattelart. Ciò che per generazioni di lettori era solo un espediente narrativo divenne ai loro occhi il sintomo di qualcosa di più profondo. I fumetti Disney non erano semplice intrattenimento infantile, ma un veicolo raffinato di ideologia, capace di naturalizzare l’immaginario dell’imperialismo americano. Da questa intuizione nacque "Come leggere Paperino", un pamphlet destinato a diventare leggendario, che dietro paperelle sorridenti, mappe del tesoro e gag leggere smascherava una visione del mondo rigidamente allineata ai valori del capitalismo occidentale. In quell’universo narrativo il denaro non è mai un mezzo per vivere meglio, ma il fine ultimo dell’esistenza, misura di ogni valore, divinità laica che non richiede giustificazioni morali. Zio Paperone incarnava per gli autori la figura del capitalista nella sua forma più pura e irreale. Accumula ricchezze smisurate senza fabbriche, senza operai, senza conflitti sociali visibili. La sua fortuna nasce da colpi di genio individuali, da ritrovamenti fortuiti, da spedizioni in terre lontane dove il denaro sembra sgorgare direttamente dal suolo, un capitalismo senza produzione e dunque senza colpa. Ed è proprio in quei paesi lontani che emerge il lato più inquietante del meccanismo. I nativi appaiono ingenui, infantilizzati, pronti a scambiare tesori millenari per ninnoli luccicanti, una caricatura coloniale mascherata da umorismo che normalizza rapporti di potere profondamente asimmetrici presentandoli come avventure leggere. Il tutto si svolge in un mondo accuratamente decontestualizzato, senza classi sociali, senza conflitti strutturali, senza una storia che pesi davvero sulle spalle dei personaggi. Paperino rincorre il profitto, fallisce, si umilia, ma resta intrappolato in un eterno presente borghese, dove ogni racconto termina esattamente dove era iniziato, senza trasformazione reale. Scritto nel Cile di Allende, con Dorfman coinvolto nel progetto culturale del governo socialista, il libro fu un atto di resistenza simbolica. Non sorprende che dopo il golpe di Pinochet sia stato tra i primi a essere bruciati pubblicamente, costringendo gli autori all’esilio. Arrivato tardi negli Stati Uniti e solo in edizioni marginali, Come leggere Paperino è oggi ricordato come una provocazione geniale, trasformare un fumetto per bambini in uno strumento di analisi politica e mostrare che l’intrattenimento di massa non è mai neutro. Anche chi non condivide fino in fondo la lente marxista resta colpito dalla potenza del metodo, che invita a leggere i balloon come testi ideologici e a osservare i fondali delle vignette come mappe di potere. In un’epoca di piattaforme globali e immaginari algoritmici, questo sguardo resta attuale, perché ricorda che anche la più leggera animazione può educare desideri, normalizzare disuguaglianze e rendere l’accumulo l’unico orizzonte di senso. Forse Dorfman e Mattelart esageravano, oppure ci chiedevano soltanto di non smettere mai di guardare con attenzione ciò che ci viene offerto come puro divertimento. Perché se persino Paperino può essere politico, allora quasi nulla lo è davvero.

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