LA RETORICA DEL SUDDITO


Esiste una retorica insidiosa che riemerge ciclicamente nel dibattito pubblico ogni volta che circolano immagini di abusi da parte delle forze dell’ordine. È composta da frasi apparentemente ragionevoli, presentate come appelli al buon senso. Espressioni come “Se non avesse resistito…”, “Se non avesse avuto niente da nascondere…”, “Anche loro, gli agenti, non hanno voglia di fare questi interventi…”.

Sono formule semplici e rassicuranti, ma profondamente ingannevoli. Dietro questa facciata si nasconde un rovesciamento radicale dei principi dello stato di diritto e, soprattutto, una pericolosa rinuncia alla nostra capacità critica.

Partiamo dalla prima affermazione, quella secondo cui se una persona non opponesse resistenza non assisteremmo a certe scene. Questo ragionamento presuppone che la vittima sia sempre responsabile della violenza subita e che il suo comportamento giustifichi qualunque reazione. È la stessa logica che per secoli ha colpevolizzato le vittime di ogni abuso. Se hai subito violenza, allora devi aver fatto qualcosa per meritarla.

Ma una persona disabile, com'è accaduto durante questi veri e propri "safari di caccia", trascinata fuori dalla propria auto, vulnerabile, spaventata, forse incapace di comprendere pienamente cosa stia accadendo, può essere automaticamente etichettata come “resistente” solo perché non si sottomette in modo immediato e meccanico a un’azione coercitiva. Definire “scenata” una reazione umana alla paura significa delegittimare in partenza qualsiasi manifestazione di disagio, trasformando la vittima nel colpevole.

Si arriva poi al vero cavallo di battaglia di ogni autoritarismo strisciante, l’idea secondo cui chi non ha nulla da nascondere non verrebbe trattato in quel modo. È un ragionamento tanto diffuso quanto devastante. Cancella la presunzione di innocenza, pilastro delle democrazie liberali, e la sostituisce con una presunzione di colpevolezza. Se le autorità ti fermano, evidentemente hai fatto qualcosa. Se ti arrestano, sei colpevole. L’azione stessa delle forze dell’ordine diventa la prova del reato.

Questa mentalità ignora deliberatamente secoli di storia in cui persone innocenti sono state perseguitate, arrestate, torturate e uccise da autorità che stavano solo facendo il loro lavoro. Ignora gli errori giudiziari, la profilazione razziale, gli abusi sistemici ampiamente documentati. Accettare il principio secondo cui se non hai fatto nulla non ti succede nulla equivale a dichiarare infallibile il potere e a trasformare ogni sua azione in un verdetto indiscutibile.

C’è però un effetto ancora più sottile e pericoloso. Questa logica infantilizza il nostro rapporto con l’autorità. Ci riduce a sudditi chiamati a fidarsi ciecamente, a non interrogarci mai sulla legittimità, sulla proporzionalità e sulla correttezza delle azioni compiute in nome della legge. Il pensiero critico viene sostituito da un riflesso automatico di giustificazione.

Infine emerge l’argomento più rinunciatario di tutti, quello secondo cui anche gli agenti non avrebbero voglia di fare certi interventi. Qui la ragione abdica del tutto. Davvero la difficoltà o la spiacevolezza di un lavoro dovrebbe esentare chi lo svolge dalla responsabilità di come lo svolge. I chirurghi affrontano interventi stressanti e questo non giustifica certo l’operare senza anestesia per risparmiare tempo. Gli insegnanti lavorano in condizioni frustranti e ciò non legittima l’uso della violenza in classe.

Le forze dell’ordine svolgono un lavoro difficile, spesso pericoloso e talvolta ingrato. Proprio per questo sono addestrate, retribuite [poco] e investite di un’autorità che i cittadini comuni non possiedono. Pretendere standard elevati non è mancanza di comprensione. È rispetto per la gravità del loro ruolo. Con l’aumento del potere aumenta anche la responsabilità, non il contrario.

La verità scomoda è che questa retorica serve a un solo scopo, deresponsabilizzare il potere e colpevolizzare chi ne è privo. Trasforma ogni abuso in legittima difesa, ogni violenza in necessità e ogni sopraffazione in ordine pubblico. È il linguaggio di chi preferisce l’ordine alla giustizia, la sottomissione alla dignità e la quiete alla verità.

Una società che accetta questi principi ha già rinunciato a essere libera. Ha scelto la sicurezza della servitù al posto dell’incertezza della libertà. E quando un giorno, perché quel giorno arriva sempre, noi o i nostri cari ci troveremo dalla parte sbagliata di un intervento, forse capiremo troppo tardi che quei principi, presentati come garanzie di ordine, stavano in realtà demolendo le uniche difese contro l’arbitrio.

Commenti

Post popolari in questo blog

IL SONDAGGIONE: IO VOTO VANNACCI PERCHÈ...

È TUTTO FRUTTO DELLA FANTASIA?

DIALOGO VS MONOLOGO