LU PEN

Planet O è uno di quei cortocircuiti culturali che sembrano concepiti apposta per dimostrare quanto la televisione generalista degli anni Settanta fosse insieme porosa, distratta e irresistibilmente incosciente. Un’epoca in cui il confine tra ciò che era adatto e ciò che non lo era risultava più sfumato non per audacia, ma per una sorta di beata disattenzione collettiva.
Ciò che rende la vicenda ancora più gustosa è che Planet O non rappresenta affatto un caso isolato. L’importazione culturale funzionava spesso come uno stratagemma improvvisato. Si prendeva un prodotto straniero, lo si adattava con la stessa cura con cui si sistema un cassetto troppo pieno, e lo si mandava in onda confidando nel fatto che il pubblico avrebbe colto solo la superficie. Il testo era un dettaglio. L’importante era che suonasse bene, che apparisse moderno, che avesse quel profumo automatico di novità che, all’epoca, proveniva immancabilmente dall’estero. Così, mentre Lupin rubava quadri e cuori con la sua consueta nonchalance, la sigla raccontava tutt’altra storia, solo che nessuno stava davvero ascoltando.
E qui sta il punto più interessante. Questa ingenuità non era casuale, ma aveva una sua coerenza interna. La disco era già, per definizione, una musica di superficie, pensata per il corpo più che per la testa. In quel contesto, un testo esplicito finiva per dissolversi nel groove, trasformandosi in pura fonetica, in suono senza semantica. Planet O funzionava proprio perché non veniva presa sul serio come testo. Era un oggetto sonoro, non un manifesto. E i bambini, che della disco colgono istintivamente l’energia senza alcun bisogno di decodificare sottotesti, la cantavano felici e a squarciagola, ignari di star intonando un piccolo trattato di sottomissione erotica mascherato da space opera.
C’è quasi un paradosso zen in tutto questo. La canzone più inappropriata diventa innocua proprio grazie alla totale assenza di attenzione. Se qualcuno avesse davvero ascoltato, lo scandalo sarebbe stato inevitabile. Ma poiché nessuno ascoltava, né i genitori, né i responsabili dei palinsesti, né probabilmente nemmeno chi l’aveva scelta, la canzone è scivolata nelle case come un segreto che nessuno sentiva il bisogno di scoprire.
Riletta oggi, Planet O non è soltanto una curiosità vintage, ma un piccolo saggio involontario su come il significato possa evaporare quando il contesto lo sovrascrive completamente. E forse anche una lezione implicita, un po’ cinica e un po’ ironica. Non sempre serve censurare ciò che, in fondo, nessuno ascolta davvero.

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