MEMORIA COME POTERE



La memoria non serve a conservare il passato. Serve a capire il presente.

Se il ricordo della Shoah perde il suo significato universale, quel “mai più” di Primo Levi che vale per ogni forma di disumanizzazione, e diventa uno strumento per impedire di parlare, allora non è più memoria. È controllo.

La Shoah non è stata ricordata per essere messa sotto vetro, ma per impedirne la ripetizione. Quando viene resa intoccabile, separata da ogni altro dolore, smette di essere una lezione morale e diventa un monumento.

Uno Stato non è un popolo. Criticare uno Stato non significa odiare un popolo. Confondere le due cose cancella ogni possibilità di critica e trasforma il dissenso in colpa. Questo non nega che l’antisemitismo esista e vada combattuto. Significa, proprio per questo, che occorre distinguere.

Dire che la tragedia di Gaza “non deve oscurare la Shoah” suggerisce che i dolori competano tra loro. Ma il dolore non è una gara. Riconoscere una tragedia presente non cancella una tragedia passata.

Auschwitz non serve a coprire il presente. Serve a renderlo leggibile.

Usare la Shoah come scudo contro ogni critica non significa onorarne la memoria. Significa tradirla.

Nessun confronto storico è perfetto. Ma vietare ogni confronto significa vietare il pensiero.

Una memoria viva non chiede silenzio.
Chiede responsabilità.
Non crea gerarchie di dolore.
Tiene aperte le domande.

La memoria viva non è monumento.
È dialogo.

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