ORWELL XIV


Personalmente, trovo irresistibilmente ironico nel sentire un’autorità che per secoli ha stabilito quali parole fossero lecite e quali eretiche denunciare oggi, in occasione dell'incontro con il Corpo Diplomatico, il controllo del linguaggio altrui brandendo Orwell come un talismano. Certo il punto sollevato non è sbagliato perché quando le parole vengono scollegate dalla realtà e imposte dall’alto diventano strumenti di potere, ma proprio per questo sarebbe utile applicare il principio in modo coerente e non a geometria variabile. La domanda decisiva resta sempre la stessa chi stabilisce cosa sia il linguaggio che riflette la realtà e cosa invece sia manipolazione ideologica. La storia suggerisce una risposta piuttosto scomoda perché quasi ogni estensione della dignità umana è stata accolta con l’accusa di violentare la lingua naturale. È successo quando si è preteso di chiamare persone coloro che prima venivano nominati come cose, quando le donne hanno chiesto che il linguaggio riconoscesse la loro presenza nei ruoli pubblici, quando termini umilianti sono stati sostituiti da espressioni che rimettevano al centro l’essere umano. In tutti questi casi il vocabolario esistente veniva difeso come neutro e naturale mentre il cambiamento veniva descritto come un’imposizione artificiale, salvo poi scoprire col tempo che ciò che si difendeva non era la realtà ma un certo ordine sociale. È legittimo criticare ogni tentativo di imporre un linguaggio per decreto, da qualunque parte provenga, ma è intellettualmente disonesto confondere l’evoluzione del linguaggio con il totalitarismo e usare Orwell come clava contro chi prova a nominare il mondo in modo diverso. Il problema vero è la selettività perché la censura diventa scandalosa solo quando colpisce le proprie posizioni mentre le forme storiche di controllo linguistico esercitate dal potere vengono ribattezzate come tutela della verità. La libertà di parola è una cosa seria ma funziona solo se vale anche quando mette in crisi le nostre certezze più care. Alla fine la domanda non è se il linguaggio possa essere manipolato perché può esserlo sempre, la domanda è se siamo disposti ad ammetterlo anche quando a manipolare siamo noi, o se l’orwellismo resta comodamente un vizio che appartiene sempre e solo agli altri.

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