PAX TRUMPIANA
Sembra uno scherzo e invece no. Donald Trump ha proposto la creazione di un Board of Peace, un organismo che nelle intenzioni dovrebbe promuovere la pace nel mondo. L’annuncio colpisce non tanto per l’obiettivo dichiarato, che in astratto sarebbe condivisibile, quanto per il contesto politico e per la figura di chi lo formula. Trump ha costruito la propria carriera pubblica su un’idea di potere fondata sul conflitto, sulla pressione e sulla logica del vincitore e del vinto. Inserire la parola pace dentro questo quadro produce una tensione evidente.
Secondo quanto dichiarato, il Board avrebbe il compito di coordinare iniziative diplomatiche e strategiche per prevenire e risolvere i conflitti. Tuttavia Trump ha più volte chiarito che la pace, nella sua visione, nasce dalla forza e dalla deterrenza. Non da un equilibrio negoziale, non dal diritto internazionale, ma dalla capacità di imporre condizioni. È una concezione che rovescia l’idea stessa di mediazione e che rischia di trasformare la pace in un effetto collaterale del dominio, non in un obiettivo autonomo.
Colpisce anche l’impostazione comunicativa del progetto. Non si parla di strutture tecniche, di competenze diplomatiche, di cooperazione multilaterale. Si insiste invece su figure carismatiche, simboliche, capaci di rappresentare il messaggio più che di costruirlo. È la stessa logica che ha sempre guidato l’azione di Trump in politica estera, dove l’immagine ha spesso prevalso sulla sostanza. Gli incontri con leader autoritari, presentati come successi storici, hanno prodotto soprattutto fotografie e slogan, lasciando irrisolti i nodi di fondo.
In questo senso il Board of Peace appare meno come un’istituzione e più come una narrazione. Un contenitore flessibile che consente di appropriarsi del linguaggio della pace senza modificarne davvero i presupposti. La pace diventa così un risultato da rivendicare, non un processo da costruire. Un trofeo politico, non una pratica faticosa fatta di compromessi, limiti e responsabilità condivise.
Resta allora una domanda centrale. Può nascere una politica di pace credibile da una visione del mondo che interpreta le relazioni internazionali come una competizione permanente. Se la risposta è negativa, il rischio è che il Board of Peace si riduca a uno strumento retorico, utile a riposizionare un leader sul piano simbolico senza incidere sulle dinamiche reali dei conflitti. In quel caso la pace non sarebbe il fine, ma solo il nome di una strategia di potere travestita da virtù.
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