PUNTI DI ROTTURA



La magistratura italiana assomiglia a una fune robusta. La riforma del 2025 non la recide, non la attacca frontalmente...la annoda. Lo fa in punti strategici, quelli che reggono la trazione. Non è una metafora suggestiva, è una diagnosi del modo in cui il potere agisce quando rinuncia allo scontro diretto e preferisce la riconfigurazione interna. Non distrugge l’istituzione: ne altera la struttura, creando fratture dove prima c’era continuità.

Quella fune era intrecciata da un ordito comune. Giudici e pubblici ministeri riuniti sotto un unico CSM, un sistema di autogoverno imperfetto, certo, ma compatto. Proprio per questo capace di opporre una resistenza collettiva agli strattoni della politica. La separazione delle carriere e la nascita di tre organi distinti non cancellano quell’unità, la segmentano. E una fune segmentata è, per definizione, più fragile.

Il primo nodo è il sorteggio dei membri togati, presentato come antidoto al correntismo emerso con lo scandalo Palamara. In apparenza una soluzione neutrale, persino igienica. In realtà un dispositivo di atomizzazione. Il magistrato estratto a sorte entra nel consiglio come individuo isolato, senza mandato, senza una rete, senza una legittimazione collettiva. Di fronte, i membri laici nominati dal Parlamento arrivano organizzati, coesi, portatori di una linea politica riconoscibile.

L’asimmetria è evidente. Il sorteggio produce singoli, la nomina parlamentare produce squadre. I membri laici arrivano da un processo politico e portano con sé relazioni, orientamenti, aspettative condivise. I togati sorteggiati arrivano come monadi istituzionali. In un organo deliberativo, chi è già organizzato vince per default. In un organo frammentato, la minoranza laica smette di essere una garanzia di equilibrio e diventa l’ago della bilancia. Non servono ordini espliciti...basta la capacità di fare sistema quando gli altri non possono.

Il rischio più serio riguarda il CSM dei pubblici ministeri. Un organo più piccolo, privo del contrappeso dei giudici, più esposto a criteri apparentemente neutrali come efficienza, produttività, priorità investigative. Categorie tecniche che finiscono per premiare chi interpreta il ruolo in modo compatibile con le aspettative dell’esecutivo. Non è un comando diretto, è un orientamento ambientale. Non servono telefonate: bastano nomine, finanziamenti, indicatori di merito.

La separazione delle carriere amplifica questo effetto. Il pubblico ministero diventa una figura definitivamente separata, priva di quella fluidità che alimentava il senso di appartenenza a un unico corpo. Un PM destinato a restare tale per tutta la carriera, governato da un autogoverno frammentato, è più solo. E un magistrato solo è strutturalmente più vulnerabile alle pressioni indirette.

Qui sta il paradosso. Spezzare le correnti politicizzate può significare spezzare anche la capacità di resistenza collettiva della magistratura. Il correntismo era un problema reale, lo scandalo Palamara lo ha reso innegabile. Ma la cura proposta sostituisce una rappresentanza imperfetta con una casualità che non è neutralità, bensì dispersione. E la dispersione, di fronte a una minoranza compatta, diventa una forma possibile di subordinazione.

L’Alta Corte disciplinare è il nodo più insidioso. Nove togati sorteggiati contro sei membri nominati dal Parlamento. Individualità non coordinate contrapposte a una componente laica omogenea. L’apparente sproporzione numerica si rovescia se si considera la coesione. Nove individui senza legame organico pesano meno di sei nominati che condividono una linea. In un organo che decide carriere e destini professionali, questo squilibrio è tutt’altro che teorico. Non servono epurazioni plateali... basta che alcuni casi diventino esemplari. L’autocensura razionale è la forma più economica ed efficace di controllo. Il magistrato si autoregola perché sa che l’indipendenza ha un costo.

Il controllo, infatti, non è diretto ma strutturale. Non si colpisce il singolo magistrato,bensì si ridisegna il contesto in cui opera. E il contesto produce adeguamento.

La riforma, in astratto, non è irragionevole. La separazione delle carriere funziona in Germania, in Francia, in altri sistemi dove la cultura della separazione dei poteri è solida. È il contesto italiano a renderla pericolosa. Maggioranze compatte, una cultura del contropotere fragile, una separazione dei poteri storicamente instabile. Una storia repubblicana segnata da conflitti ricorrenti tra politica e magistratura, in cui le inchieste sui vertici del potere sono quasi sempre lette come attacchi politici.

C’è poi un’ultima variabile che rende il quadro ancora più delicato. Se il Presidente della Repubblica, anche alla luce della riforma sul premierato che questo governo intende portare avanti, dovesse diventare politicamente più attivo, il rischio di influenza crescerebbe ulteriormente. In quel caso la presidenza degli organi di autogoverno non sarebbe più solo una garanzia formale, ma un possibile punto di trasmissione dei desiderata dell’esecutivo. Quando anche l’arbitro entra nel campo, la fune non si indebolisce soltanto, viene orientata.

La fune non è ancora spezzata. Ma i nodi sono stati fatti nei punti giusti. Non serve rompere tutto subito. Basta rendere più difficile la resistenza collettiva, più costosa l’indipendenza, più incerta la carriera di chi non si adegua. E poi, quando il potere deciderà davvero di tirare, la fune non reggerà. E in una democrazia, quando la magistratura si indebolisce, non è mai solo la magistratura a perdere. È l’intero sistema dei pesi e contrappesi a vacillare.

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