SABOTATORI

Una parte consistente della classe politica italiana continua a raccontare la scarsa integrazione della popolazione extracomunitaria come una scelta deliberata degli immigrati stessi, una sorta di rifiuto culturale ostinato che li renderebbe impermeabili ai valori e alle regole del Paese che li ospita. È una narrazione semplice, rassicurante e soprattutto comoda, perché sposta interamente la responsabilità dell’insuccesso su chi arriva, assolvendo chi governa da qualsiasi dovere di progettazione e investimento sul lungo periodo.

In questo racconto, l’assenza di integrazione non è il risultato di politiche inadeguate, di servizi insufficienti o di un sistema scolastico e sociale poco attrezzato, ma una colpa attribuita agli “altri”, descritti come comunità chiuse, refrattarie e volontariamente separate. La politica si limita così a constatare un fallimento che in realtà ha contribuito a produrre, trasformandolo in prova della propria tesi "se non si integrano, è perché non vogliono" farlo.

Il paradosso emerge con forza quando questa stessa classe politica non solo denuncia la presunta mancata integrazione, ma guarda con sospetto, quando non con aperta ostilità, qualsiasi iniziativa che vada esattamente nella direzione opposta. Ogni progetto di inclusione culturale, linguistica o educativa viene rapidamente politicizzato e letto come un cedimento identitario, se non addirittura come una minaccia. L’integrazione, anziché essere considerata una responsabilità collettiva e una necessità sociale, diventa qualcosa di cui diffidare.

Emblematico è il caso delle polemiche sollevate contro l’introduzione dell’insegnamento della lingua araba in una scuola superiore romana [come terza lingua]. Un’iniziativa didattica, coerente con la natura di un liceo linguistico e con la realtà sociale del Paese, è stata trasformata in un sospetto ideologico, come se insegnare una lingua significasse legittimare un progetto politico o religioso. In questo schema, la conoscenza non è più uno strumento di integrazione, ma un segnale di allarme.

La contraddizione è evidente, da un lato si accusa la popolazione extracomunitaria di non volersi integrare, dall’altro si ostacolano o si delegittimano proprio quegli strumenti che rendono l’integrazione possibile. La lingua, la scuola, la mediazione culturale, il riconoscimento delle competenze diventano campi di battaglia simbolici, su cui la politica combatte guerre identitarie che nulla hanno a che vedere con la realtà quotidiana delle persone.

Questa retorica ignora deliberatamente il fatto che l’integrazione non è un atto unilaterale, ma un processo che richiede politiche attive, investimenti e tempo. Ignora anche che lo Stato italiano, nei fatti, riconosce il carattere strutturale dell’immigrazione, come dimostrano le periodiche regolarizzazioni di centinaia di migliaia di lavoratori extracomunitari, indispensabili per il funzionamento di interi settori produttivi. Si accettano gli immigrati come forza lavoro, ma si respinge l’idea che possano diventare cittadini pienamente integrati.

Nel frattempo, i figli degli immigrati crescono in Italia, parlano italiano, spesso più lingue, frequentano le scuole e sviluppano competenze preziose. Eppure anche loro restano intrappolati in una narrazione che li considera sempre “altro”, portatori di un’integrazione incompleta o sospetta. Il loro bilinguismo e il loro capitale culturale, invece di essere valorizzati, vengono tollerati a fatica o ignorati.

Alla fine, la retorica della mancata integrazione funziona come una profezia che si autoavvera. Si afferma che l’integrazione non è possibile o non è voluta, e poi si ostacolano sistematicamente le politiche che potrebbero renderla reale. In questo modo la politica si garantisce un nemico permanente e una giustificazione costante per la propria inerzia, mentre il Paese continua a rinviare una riflessione seria su come trasformare una presenza strutturale in una risorsa condivisa.

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