SEPARATI ALLA NASCITA
In questi giorni il dibattito politico si sta infuocando attorno al referendum sulla riforma della giustizia. Non perché il tema sia oscuro ma perché, come spesso accade in questo Paese, sulla giustizia si preferisce urlare invece di pensare. Basta pronunciare la parola magistratura perché scattino riflessi automatici, buoni contro cattivi, toghe contro politica, come se si stesse parlando di una partita di calcio e non dell'architettura dello Stato.
Nel rumore di fondo circolano semplificazioni, mezze verità e omissioni. La discussione si appiattisce su slogan mentre le conseguenze reali delle scelte proposte restano sullo sfondo. Eppure la domanda dovrebbe essere molto concreta. Conviene davvero al cittadino mettere mano alla Costituzione introducendo meccanismi nuovi e mai sperimentati, senza un confronto serio sui loro effetti?
Il primo equivoco riguarda la separazione delle carriere. Viene raccontata come una svolta epocale quando nella realtà esiste già. I magistrati scelgono all'inizio se fare i giudici o i pubblici ministeri e quella scelta li accompagna per tutta la vita professionale salvo una sola possibilità di cambio. Presentarla come una rivoluzione serve più alla propaganda che alla comprensione del problema. Il nodo vero non è la separazione in sé ma ciò che comporta sul piano istituzionale e culturale.
Se la separazione diventa strutturale e accompagnata da percorsi di formazione distinti, ambienti diversi e logiche professionali non comunicanti, la questione si sposta su un piano più profondo. La legge è davvero uguale per tutti e amministrata secondo una medesima ratio oppure si stanno costruendo due approcci differenti alla stessa legge? Perché la giurisdizione non è solo applicazione di norme ma è cultura giuridica, modo di leggere i fatti, di bilanciare diritti e garanzie. Separare le carriere può significare distinguere le funzioni ma può anche produrre una frattura nelle visioni della giustizia.
È qui che entra in gioco il Consiglio Superiore della Magistratura, l'organo pensato dalla Costituzione per tenere la giustizia al riparo dalla politica. Il suo equilibrio non è casuale. Una maggioranza eletta dai magistrati e una minoranza scelta dal Parlamento traducono una scelta chiara. L'autonomia non è isolamento e il controllo non è subordinazione. Rompere questo equilibrio significa fare una scelta politica precisa, non un semplice aggiustamento tecnico.
La riforma proposta interviene proprio su questo punto. Due Consigli separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, un nuovo organismo disciplinare e soprattutto il sorteggio come criterio di selezione. Il sorteggio viene presentato come rimedio al correntismo, che esiste ed è una degenerazione reale. Ma trasformare un problema serio nella giustificazione per eliminare ogni forma di rappresentanza è un passaggio tutt'altro che neutro.
Il caso non risponde, non spiega, non rende conto. Un sistema fondato sul sorteggio non responsabilizza, semmai sottrae responsabilità. L'elezione sarà imperfetta ma costringe a esporsi, a dichiarare una visione, a metterci la faccia. Svuotarla significa creare un vuoto che difficilmente resterà tale.
Alla fine la domanda è semplice. Questa riforma rende la magistratura più autonoma o più controllabile? Rafforza l'unità della giurisdizione o introduce visioni concorrenti della stessa legge? Perché una cosa è distinguere i ruoli dentro una stessa idea di giustizia, un'altra è costruire idee diverse di giustizia che si incontrano solo quando il conflitto è già esploso. Ed è su questo che il dibattito dovrebbe concentrarsi, molto più che sugli slogan.
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