SPIAZZATI

[Prendo spunto da questo intervento di Travaglio sulla provocazione di Bocchino https://youtu.be/cb8mHvMh6QQ

Le manifestazioni non sono tutte uguali e non funzionano allo stesso modo, perché il mondo non è una piazza unica ma un intreccio di poteri lontani, asimmetrici e spesso contrapposti. Quando le persone riempiono le strade di Roma o di altre città europee per protestare contro lo sterminio in corso a Gaza, lo fanno sapendo benissimo che Netanyahu non leggerà quei cartelli e non cambierà linea perché qualche migliaio di manifestanti si è radunato sotto il Colosseo. Eppure quelle piazze contano, eccome.

Contano perché colpiscono snodi reali di potere. Il nostro governo, l’Unione Europea costretta a rispondere a una pressione interna visibile e persistente, le alleanze militari, le forniture di armi, le prese di posizione diplomatiche. Mettono a nudo il doppio standard di un’Europa capace di varare ventidue pacchetti di sanzioni contro la Russia e nessuno contro Israele. Un’Europa che mantiene l’Iran sotto embargo da quarantacinque anni e tratta il Venezuela di Maduro come un nemico strutturale da decenni. Esiste una catena di responsabilità che passa anche da noi, ed è su quella catena che la protesta può fare leva.

Per questo le manifestazioni contro Teheran non producono lo stesso effetto immediato. Qui non siamo complici diretti del regime degli ayatollah. Non gli vendiamo armi, non siamo alleati strategici, non ne garantiamo la sopravvivenza politica. Una piazza a Roma non fa tremare Khamenei, che al massimo la ignora o la strumentalizza per rafforzare la retorica dell’accerchiamento occidentale. Il vero incendio lo accendono gli iraniani stessi, nelle strade di Teheran, Isfahan, Shiraz, Kermanshah, dove dal 28 dicembre 2025 scendono in piazza rischiando la vita contro un’inflazione che divora i salari, un rial precipitato e una rabbia accumulata da decenni di teocrazia misogina e sanguinaria.

Il prezzo, lì, si paga in vite umane. Le ONG parlano già di migliaia di morti. Amnesty International ha documentato centinaia di uccisioni tra il 31 dicembre e il 3 gennaio in tredici città di otto province, ma le stime crescono di giorno in giorno, forse fino alle decine di migliaia, mentre internet viene oscurato e le esecuzioni proseguono. È lì che si combatte la battaglia vera per una democrazia iraniana possibile.

Eppure, nonostante tutto questo, qualcuno continua a chiedere perché non fate una manifestazione per l’Iran, come se le piazze fossero un servizio a chiamata. Come se non esistessero già iniziative concrete. Il 9 gennaio davanti all’ambasciata iraniana, con Nessuno tocchi Caino contro la pena di morte. E soprattutto venerdì 16 gennaio alle 16.30 in piazza del Campidoglio, dove Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice hanno chiamato a una mobilitazione per la solidarietà reale con chi lotta dentro il paese per libertà, dignità e democrazia. Non per un ritorno mitizzato dello scià, ma per un futuro senza oppressori.

Quello che si ripete è un meccanismo classico di delegittimazione. Se non protesti per tutto, non puoi protestare per niente. Una formula perfetta per non fare nulla. Chi la usa raramente partecipa alle iniziative che pure esistono. Invoca una coerenza assoluta come alibi per l’inazione, per screditare le lotte altrui senza sporcarsi le mani con nessuna. Se davvero la questione interessa, si va in piazza, si porta il proprio corpo e la propria voce. Non si resta sul divano a distribuire patenti di purezza.

Certo, concentrarsi solo sui luoghi dove abbiamo una leva diretta rischia di lasciare in ombra molte ingiustizie. Ma la solidarietà internazionale ha comunque un valore. Un valore politico, perché crea visibilità e pressione indiretta. Un valore morale, perché rifiuta l’indifferenza. Un valore culturale, perché mantiene vive le connessioni tra lotte diverse. Le manifestazioni per l’Iran, da qui, non faranno cadere Khamenei. Ma possono rompere l’isolamento di chi resiste, costruire reti di sostegno, imporre il tema nell’agenda pubblica europea. Anche per questo contano gesti come la convocazione dell’ambasciatore iraniano, le prese di posizione ufficiali e l’incontro del sindaco Gualtieri con le attiviste iraniane. Strumenti limitati, ma non inutili.

Alla fine il punto è semplice. Le manifestazioni funzionano quando colpiscono il potere su cui possiamo incidere davvero. Ma ogni forma di solidarietà ha senso se è sincera, informata e consapevole dei propri limiti. Se pensi che serva manifestare, fallo tu. Assumiti la tua parte di responsabilità, invece di dire agli altri fate voi. Delegare la propria rabbia o la propria coerenza è comodo, ma sterile. Chi vuole davvero fare qualcosa, lo fa. Gli altri cercano solo scuse.

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