TAFAZZISMO DI STATO

L’idea di una remigrazione volontaria presentata come soluzione elegante a un problema complesso ha qualcosa di profondamente teatrale, nel senso peggiore del termine, perché mette in scena una razionalità di facciata che crolla non appena viene messa in relazione con i dati demografici ed economici dell’Italia. Un Paese che invecchia rapidamente, che registra uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, che perde ogni anno centinaia di migliaia di abitanti per saldo naturale negativo, che fatica a garantire la sostenibilità del proprio sistema pensionistico e che assiste a una progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa, dovrebbe teoricamente essere impegnato a trattenere persone, non a incentivare la loro partenza. Eppure il dibattito politico sembra muoversi in direzione opposta, come se la coerenza fosse diventata un optional e non un requisito minimo dell’azione pubblica. Programmi di ritorno volontario assistito esistono da tempo in molti Paesi europei e sono nati per gestire situazioni di irregolarità o di diniego dell’asilo, ma trasformarli in strumenti estesi anche a migranti regolari, occupati e integrati rappresenta un salto concettuale enorme, che viene spesso liquidato con sorprendente leggerezza. Qui non si parla più di amministrare un’eccezione, ma di normalizzare l’idea che anche chi contribuisce stabilmente alla vita economica e sociale del Paese resti, in fondo, un corpo estraneo temporaneamente tollerato. Il paradosso è evidente. Da un lato si lamenta la mancanza di manodopera in settori chiave come agricoltura, edilizia, assistenza alla persona, logistica e industria, dall’altro si propone di accompagnare all’uscita proprio una parte consistente di chi oggi svolge quei lavori. È come se un’azienda investisse tempo e risorse per formare dipendenti e poi, una volta che questi diventano produttivi, decidesse di premiarli con un incentivo all’abbandono. Una strategia che, se applicata nel mondo reale dell’impresa, verrebbe giustamente considerata un esempio da manuale di cattiva gestione. La questione, però, non è solo economica. È profondamente politica e simbolica. La remigrazione funziona come parola d’ordine identitaria, come segnale lanciato a un elettorato che chiede confini più netti, distinzioni più marcate, rassicurazioni emotive prima ancora che soluzioni pratiche. In questo senso, poco importa che le conseguenze concrete siano controproducenti. Ciò che conta è l’effetto performativo del messaggio, il ribadire chi appartiene pienamente alla comunità e chi no, anche quando questa distinzione produce danni evidenti all’interesse collettivo. Si crea così una narrazione schizofrenica. Si denunciano il declino demografico e la crisi delle nascite, ma si ostacola o si scoraggia la presenza di persone in età fertile. Si invoca la crescita economica, ma si riduce deliberatamente la base dei lavoratori. Si parla di responsabilità fiscale, ma si accetta di perdere contribuenti. È una sequenza di contraddizioni che, prese singolarmente, potrebbero sembrare sviste. Prese insieme, assumono i contorni di una vera e propria linea politica fondata più sulla simbologia che sulla razionalità. La cosa più caustica, forse, è che tutto questo viene spesso giustificato in nome del realismo. Si parla di scelte pragmatiche, di buon senso, di soluzioni concrete. Eppure è difficile immaginare qualcosa di meno pragmatico che indebolire volontariamente la propria base demografica ed economica in un contesto di già avanzata fragilità strutturale. Se esiste un realismo, è quello dei numeri, e i numeri dicono che senza un apporto migratorio consistente l’Italia si avvia verso una contrazione prolungata della popolazione attiva, con effetti a cascata su welfare, servizi e qualità della vita. Ignorare questo dato non è una forma di coraggio politico, ma una scelta consapevole di miopia. Alla fine, la remigrazione volontaria appare meno come una politica pubblica e più come un gesto simbolico, una dichiarazione d’intenti rivolta a un pubblico preciso. Il prezzo di questo gesto, però, non lo pagano solo coloro a cui viene suggerito di andarsene. Lo paga l’intero Paese, che continua a rinviare le uniche discussioni davvero scomode, quelle su come rendere l’Italia un luogo in cui sia possibile e desiderabile vivere, lavorare, mettere su famiglia e costruire un futuro, indipendentemente dal luogo di nascita. E forse è proprio questo il punto più amaro. È più facile immaginare chi dovrebbe partire che affrontare seriamente ciò che andrebbe cambiato per fare in modo che più persone, di qualsiasi origine, vogliano restare.

Commenti

  1. Insomma... il solito populismo di facciata che proporre soluzioni semplici e popolari a problemi estremamente complessi. Ma tant'è con questo governo: compiacere l'elettorato, ignorando le future conseguenze disastrose

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