BOTTOM-UP & TOP-DOWN

Viviamo in un paese straordinario, dove la libertà di espressione viene difesa o calpestata a seconda di chi parla e, soprattutto, di cosa dice. Un paese in cui un governo che si proclama paladino della cultura italiana contro le derive censorie è lo stesso che orchestra silenzi preventivi sui palchi nazionali con la disinvoltura di un direttore d’orchestra che toglie strumenti dalla partitura perché stonano con la sinfonia del potere.

Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 e il Festival di Sanremo dello stesso anno ci hanno regalato un dittico perfetto di questa schizofrenia italiana: due casi speculari che, affiancati, rivelano non solo due forme diverse di censura, ma soprattutto l’uso spregiudicatamente strumentale che il governo Meloni fa della retorica liberale. La libertà viene invocata quando serve a difendere i propri alleati e dimenticata con disinvoltura quando si tratta di silenziare voci scomode.

Da una parte c’è Ghali. Invitato alla cerimonia olimpica, rapper italiano di origini tunisine, viene progressivamente neutralizzato: gli viene sottratto l’Inno di Mameli, assegnato a Laura Pausini senza spiegazioni trasparenti, scompare la poesia di Gianni Rodari in arabo che avrebbe dovuto recitare insieme ad altre lingue in un momento dedicato all’inclusività, infine la Rai lo cancella letteralmente dalla telecronaca. Nessuna menzione, nessun primo piano, un innominato televisivo che nemmeno Voldemort.

Tutto questo avviene dopo che il ministro dello Sport Giovanni Abodi aveva chiarito, con la cortese minaccia di chi detiene il potere, che “certi pensieri non saranno espressi su quel palco”, riferendosi neanche troppo velatamente alle posizioni pro-palestinesi espresse da Ghali a Sanremo 2024. Qui siamo davanti alla censura classica, quella che studiamo sui manuali di storia e che amiamo raccontarci come superata nelle democrazie occidentali...preventiva, istituzionale, calata dall’alto. Non ha bisogno di dichiararsi perché agisce nell’opacità delle riunioni produttive e delle telefonate informali. Non ti vieta di parlare: ti fa sparire prima che tu possa farlo.

Dall’altra parte del dittico c’è Andrea Pucci. Comico invitato a co-condurre una serata di Sanremo, travolto da proteste social, insulti, appelli al boicottaggio e — questo va detto senza ambiguità — minacce di morte. Nessun ministro interviene, nessun dirigente Rai spegne il microfono. Pucci rinuncia per motivi di sicurezza personale, schiacciato da una pressione popolare che sui social assume forme mostruose.

Questa è censura popolare, bottom-up. Nasce da un dissenso che può essere legittimo — criticare battute ritenute omofobe, razziste o sessiste è un diritto sacrosanto — ma che quando degenera in intimidazione personale perde ogni legittimità democratica. Le minacce sono un reato, punto. Il boicottaggio civile e la contestazione pubblica no. Confondere le due cose è un errore grave.

La differenza con il caso Ghali è però abissale. Pucci diventa un caso nazionale, riceve solidarietà trasversale, persino della presidente del Consiglio e della seconda carica dello Stato. Ghali viene cancellato nel silenzio generale, risucchiato in un buco nero mediatico durante un evento seguito da milioni di persone.

Ed è qui che si consuma il capolavoro di ipocrisia. Il governo Meloni e la sua maggioranza difendono Pucci con veemenza, parlano di “deriva illiberale”, di “clima d’odio”, di attacco alla satira. Sacrosanto, se non fosse che le stesse voci hanno sostenuto — attivamente o con silenzio complice — la censura di Ghali. Abodi preannuncia quali pensieri saranno ammessi alle Olimpiadi come fosse normale amministrazione, e la Rai esegue senza fiatare, confermando la propria trasformazione in una succursale del potere esecutivo.

Nessuna parola sulla libertà artistica di Ghali. Nessuna difesa del pluralismo. Nessun richiamo al fatto che in una democrazia matura si può cantare l’inno nazionale anche se si hanno origini straniere, o recitare Rodari in arabo senza minacciare la sicurezza dello Stato. Il messaggio è chiarissimo...la libertà di espressione vale solo per chi è politicamente compatibile.

Da questo dittico emerge che l’Italia non ha un solo problema di censura, ma due, intrecciati e complementari. La censura di Stato è la più insidiosa perché sistemica. Usa il potere pubblico per silenziare il dissenso, si nasconde dietro scelte “editoriali” e non lascia tracce impugnabili. È morbida, informale, e proprio per questo devastante. La censura popolare è caotica e visibile, quando degenera in intimidazione è inaccettabile, ma non ha la forza coercitiva dello Stato alle spalle.

Il punto politicamente intollerabile è il doppio standard. Difendere la libertà solo quando colpisce gli avversari ideologici significa trasformarla in una clava, non in un principio. Non si può invocare il pluralismo per Pucci e negarlo a Ghali, piangere per la gogna social mentre si organizzano silenziamenti preventivi sui palchi nazionali.

Nel 2026 delle Olimpiadi e di Sanremo, eventi che dovrebbero essere momenti aggreganti, l’Italia si ritrova con un’arena culturale asfittica. Artisti che sanno di poter diventare invisibili se toccano certi temi, comici che temono la shitstorm permanente, un governo che difende la libertà a giorni alterni. Finché la libertà di espressione resterà una bandiera da sventolare solo quando conviene, la democrazia italiana resterà intrappolata in questo teatrino ipocrita dove tutti parlano di libertà, ma quasi nessuno è disposto a difenderla quando costa davvero qualcosa.

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