CHILLING EFFECT

Il fermo preventivo esiste da cinquant’anni. Nasce con la legge Reale nel pieno degli anni di piombo, quando lo Stato fronteggiava il terrorismo e cercava strumenti straordinari. Fin qui tutto comprensibile. Uno Stato democratico non può essere cieco davanti alla violenza organizzata. Il problema, però, non è lo strumento. Il problema è la sua mutazione genetica. Col tempo il fermo preventivo ha smesso di essere eccezione ed è diventato abitudine. Ha smesso di inseguire il terrorismo ed è finito a presidiare il dissenso. Quando uno strumento nasce per l’emergenza e finisce nella normalità, siamo già oltre la soglia di sicurezza e dentro una questione politica bella grossa.

Sulla carta il meccanismo è rassicurante. Il questore propone. Il giudice decide. Nella vita reale accade il contrario. Il questore ferma. Il giudice, se va bene, convalida dopo. Nel frattempo tu sei già stato portato via, identificato, schedato, magari sbattuto sui giornali come soggetto pericoloso. Il dettaglio trascurabile è che non sei accusato di nulla. Non stai rispondendo di un reato. Stai rispondendo di un sospetto. E qui entra in gioco il fattore più comodo da ignorare. Il tempo. Quando arriva l’eventuale controllo giudiziario, la manifestazione è finita, il corteo è sciolto, l’evento politico è evaporato. La libertà di manifestare non è una bolletta sbagliata che puoi farti rimborsare dopo. O la eserciti quando serve oppure non esiste. Semplice.

Tradotto. Il potere reale di decidere chi può scendere in piazza e chi no si sposta dagli organi di garanzia agli apparati dell’esecutivo. Non è una sfumatura procedurale. È uno spostamento di sovranità. Poi parte sempre la stessa filastrocca tranquillizzante. Colpiremo solo i violenti. Solo i facinorosi. Solo i cattivi veri. Peccato che nella storia questa promessa duri più o meno quanto un gelato al sole. Prima tocchi i violenti. Poi i manifestanti rumorosi. Poi i sindacalisti. Poi gli studenti. Poi chi frequenta certi ambienti. Poi chi ha partecipato a una protesta anni prima. La pericolosità diventa un concetto elastico, allungabile, modellabile secondo il meteo politico.

Genova 2001, Diaz, Bolzaneto, No Tav, movimenti ambientalisti. Storie diverse, schema identico. Uso massiccio di strumenti preventivi. Criminalizzazione anticipata. Verità giudiziarie che arrivano anni dopo, quando servono solo per scrivere saggi universitari. Nel frattempo il messaggio è stato recapitato. Se vuoi vivere sereno, resta sul divano.

Ed è qui che il sistema mostra il suo vero talento. Il controllo migliore non è quello che vieta. È quello che ti convince a rinunciare da solo. Non vai in piazza. Non firmi appelli. Non partecipi a assemblee. Non perché sia illegale, ma perché non sai come potrebbe essere interpretato. Questo meccanismo ha un nome inglese molto elegante. Chilling effect. Tradotto in volgare. Congelamento della cittadinanza. Una democrazia viva è rumorosa. Una democrazia silenziosa non è pacificata. È addestrata.

Nel frattempo, mentre al manifestante si applica la filosofia del prima ti fermo poi vediamo, per chi reprime vale la filosofia opposta. Prima ti proteggo poi forse controllo. Scudi penali, attenuazione delle indagini, indulgenza preventiva. Non è una questione di essere contro la polizia. È una questione di aritmetica democratica. Se le garanzie valgono solo da una parte, non sono garanzie. Sono privilegi.

Così si costruisce il pendio scivoloso. Ogni emergenza giustifica una stretta. Ogni stretta diventa precedente. Ogni precedente diventa normalità. Non serve un colpo di Stato. Basta l’accumulo. Le democrazie raramente muoiono di infarto. Molto più spesso muoiono di lenta consunzione.

Alla fine resta una domanda elementare. Chi decide chi è pericoloso. Con quali criteri. Con quale controllo preventivo reale. Se questa decisione sta stabilmente nelle mani dell’esecutivo, senza un vaglio giudiziario effettivo prima che il diritto venga compresso, allora non siamo davanti a un equilibrio tra libertà e sicurezza. Siamo davanti a una gerarchia. E in quella gerarchia la libertà sta sempre sotto.

Non si tratta di scegliere tra ordine e caos. Si tratta di scegliere tra un ordine democratico che tollera il conflitto e un ordine autoritario che tollera solo l’obbedienza. Il punto non è abolire la prevenzione. Il punto è impedire che diventi prevenzione del dissenso. E soprattutto chiedersi chi paga quando lo Stato sbaglia. Perché se a pagare sono sempre gli stessi e chi decide è sempre protetto, il sistema non è in equilibrio. È inclinato. E sui piani inclinati si scivola sempre nella stessa direzione.

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