DJ RÖNTGEN
Allora, negli anni Cinquanta l'Unione Sovietica aveva deciso che il rock'n'roll fosse più o meno l'equivalente sonoro della sifilide, una cosa che infettava le menti proletarie e le rendeva inaffidabili, inadatte al piano quinquennale, troppo propense a muovere i fianchi quando avrebbero dovuto stringere bulloni, e mentre Elvis faceva impazzire l'Occidente decadente e Bill Haley urlava che era ora di ballare attorno all'orologio, a Mosca i funzionari del partito stabilivano che l'unica musica degna fosse quella dei cori operai che cantavano della gioia di raccogliere grano sotto la neve, roba edificante, pedagogica, assolutamente priva di qualsiasi tentazione borghese come il divertimento o il ritmo sincopato, e se ti beccavano con un disco americano vero potevi trovarti a spiegare a qualche burocrate dall'espressione grigia come il cemento armato perché mai Little Richard ti sembrasse più interessante della costruzione del socialismo. Ovviamente la musica se ne frega delle frontiere ideologiche, quindi qualche genio disperato ebbe un'idea che oggi chiameremmo DIY punk ma allora era solo arrangiarsi o morire di noia, presero le vecchie radiografie degli ospedali, quelle lastre in nitrocellulosa che lo Stato voleva buttare perché ingombranti e con la sgradevole tendenza a prendere fuoco, le trasformarono in dischi incidendoci sopra i solchi con torni fatti in casa ricavati da grammofoni smontati, le ritagliarono con le forbici da cucito e ci bruciarono il buco centrale con le sigarette, tecnologia proletaria vera, non quella dei manifesti propagandistici, e nacque il roentgenizdat, che suona come un ufficio ministeriale ma in realtà era pura sovversione portabile. Il risultato era grottesco e perfetto allo stesso tempo, costole, teschi, polmoni impressi sulla plastica flessibile, e da quei solchi usciva jazz proibito o rock'n'roll contrabbandato, dischi che potevi piegare e infilare nella giacca fingendo fossero solo vecchi esami medici dimenticati, costavano poco ma se ti beccavano erano guai seri, non perché minacciassero il regime con un programma politico ma perché dimostravano che il regime non controllava proprio tutto, e questo era intollerabile. A comprarli erano soprattutto gli stilyagi, ragazzi vestiti troppo colorati per essere considerati affidabili dal partito, con capelli impomatati e giacche striminzite all'americana, ossessionati da tutto ciò che sapeva di Occidente, non volevano fare la rivoluzione, volevano solo essere fichetti, e questo bastava perché il KGB li sorvegliasse come se stessero pianificando un attentato invece di una festa in un appartamento con le tende tirate, vodka fatta in casa nelle tazze da tè e un grammofono gracchiante che faceva partire Tutti Frutti sopra i polmoni radiografati di qualche operaio morto di tubercolosi. C'era qualcosa di perfettamente ironico in tutto questo, il vecchio mondo sovietico che forniva letteralmente le ossa su cui cresceva la controcultura, il regime che chiudeva ogni porta e i ragazzi che incidevano finestre nelle radiografie scartate, perché quando proibisci il vinile qualcuno userà gli scarti ospedalieri per far suonare il futuro, e infatti per quasi un decennio quelle lastre musicali hanno alimentato un mercato nero culturale finché negli anni Sessanta arrivarono i registratori a bobina e i nastri contrabbandati resero tutto più facile, relegando i dischi sulle ossa a cimeli di un'epoca in cui la libertà passava per i reparti di radiologia. La lezione è semplice e non piace a nessun censore di qualsiasi latitudine, puoi controllare le frontiere, schedare i ragazzi con le giacche sgargianti, minacciare chi importa dischi, ma non puoi impedire a delle costole di cantare se qualcuno ha deciso di inciderci sopra il rock'n'roll, e questa è l'unica vittoria che conta davvero, piccola, ridicola, infiammabile, ma tua.
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