FALSI SCOPI

Ancora una volta il Governo si prepara a varare l’ennesima “stretta” sulla sicurezza e, puntualmente, sceglie la scorciatoia peggiore colpire tutti invece di colpire i responsabili. La strada imboccata è sempre la stessa, comoda e inefficace. Scaricare sulle spalle della maggioranza sana della società il peso delle colpe di una minoranza violenta, evitando accuratamente di affrontare il nodo vero del problema.

Introdurre cauzioni e assicurazioni obbligatorie per gli organizzatori delle manifestazioni non significa aumentare la sicurezza, ma restringere l’esercizio di un diritto costituzionale. Significa trasformare il diritto di manifestare in una concessione condizionata, sottoposta a ostacoli economici e burocratici sempre più pesanti. Nel frattempo, la responsabilità personale di chi spacca, incendia e aggredisce viene annacquata, quasi dissolta, dentro un indistinto meccanismo di responsabilità collettiva.

È il grande classico all’italiana, invece di individuare e punire chi sbaglia, si preferisce creare un sistema che punisce preventivamente tutti, nella speranza che qualcuno faccia da filtro al posto dello Stato. Gli organizzatori di cortei pacifici diventano così una sorta di polizia privata, chiamata a garantire l’impossibile, che tra migliaia di persone non esista nemmeno un soggetto violento. Una bella pensata, degna di chi ha più fiducia nella burocrazia repressiva che nell’applicazione seria della legge.

Paradossalmente, una soluzione molto più sensata è emersa quasi per caso. Durante una trasmissione televisiva, un sindacalista della Polizia ha spiegato che chi viene trovato con spranghe, bastoni, caschi o altri oggetti contundenti viene, nella maggior parte dei casi, semplicemente denunciato a piede libero. Ecco il cuore del problema.

Se davvero si vuole contrastare la violenza infiltrata nelle manifestazioni, basterebbe applicare una regola semplice...fermare immediatamente chi viene sorpreso con armi improprie, trattenerlo per dodici o ventiquattro ore e procedere, ove possibile, con il processo per direttissima. Semplice, diretto, costituzionalmente ineccepibile.

Chi si presenta a un corteo con un bastone o una spranga non lo fa per distrazione. Non è lì per discutere civilmente. È lì per fare danni. Punto. Lasciarlo libero dopo una semplice denuncia significa permettergli, di fatto, di continuare la sua giornata, magari di tornare in piazza e completare l’opera.

Ma individuare, fermare e punire il singolo responsabile richiede lavoro, presenza sul territorio, coordinamento tra forze dell’ordine e magistratura. Richiede fatica. Molto più facile inventarsi un sistema di responsabilità anticipata che scarichi tutto sugli organizzatori e scoraggi, alla radice, l’organizzazione stessa delle manifestazioni.

Il risultato è perverso ma prevedibile:
i violenti continueranno a fare i violenti, perché sanno che la denuncia a piede libero non spaventa nessuno,
i cittadini onesti, invece, si troveranno davanti barriere sempre più alte per esercitare un diritto fondamentale.

La responsabilità personale — pilastro di qualunque Stato di diritto — viene sostituita da una responsabilità collettiva preventiva che assomiglia molto a una punizione anticipata. Non si colpisce chi commette il reato, si colpisce chi potrebbe, forse, trovarsi nello stesso spazio fisico di chi lo commette.

Uno Stato serio dovrebbe fare l’esatto contrario...applicare la legge nel momento stesso in cui viene violata. Chi porta armi improprie a una manifestazione dovrebbe sapere che finirà fermato, processato rapidamente e condannato con certezza. Non che riceverà un foglietto destinato a perdersi in qualche archivio.

Ma questo richiederebbe investimenti, risorse, formazione, processi più veloci. In altre parole  politica vera. Molto meno scenografica delle “strette” annunciate, ma infinitamente più efficace.

Le cauzioni e le assicurazioni obbligatorie non fermeranno un solo violento. Serviranno solo a rendere più difficile manifestare. Ed è difficile sfuggire all’impressione che questo, più che un effetto collaterale, sia l’obiettivo reale.
In artiglieria si usa la tecnica del "falso scopo", si punta su un obiettivo fittizio, fisso, immutabile, distinto, visibile [un albero isolato, il campanile di una chiesa, etc] fingendo di doverlo colpire, e invece, grazie a un sistema trigonometrico, si sta sparando sul vero obiettivo, lontano e invisibile dallo schieramento. 

Forse sarebbe il caso di tornare a un principio elementare di civiltà giuridica ciascuno risponde delle proprie azioni, non di quelle degli altri. E chi sbaglia paga subito, non quando la burocrazia avrà finito di macinare carta.

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