GIUSTIZIA E LIBERTÀ


La riforma della giustizia, ci dicono, sarebbe soltanto una questione tecnica. Un aggiustamento di ingranaggi, una limatura di procedure, una messa a punto dell’apparato. Roba da specialisti, da addetti ai lavori. Ma chi ci crede è o un ingenuo o un complice. Perché quello che stiamo vivendo non è un ritocco amministrativo, è un cambio di clima, un mutamento di sensibilità, un modo nuovo — e insieme antichissimo — di intendere il confronto pubblico.

Non si discute più nel merito. Non si chiede più “Cosa dici?”.

La domanda è diventata un’altra “Chi ti paga?”.

E così, invece di confrontarsi sulle argomentazioni, si frugano registri, si pretendono elenchi, si fiuta l’odore del denaro come se la legittimità di un’idea dipendesse dal saldo del conto corrente di chi la sostiene. La trasparenza — quella parola magica che dovrebbe essere lo scudo della democrazia — si trasforma in una clava. Non serve più a illuminare, ma a intimidire.

Non è un caso che l’Associazione Nazionale Magistrati [ANM], interrogata sulla pubblicazione dei nomi dei donatori del comitato “Giusto dire NO”, abbia risposto con un secco “Non ce l’abbiamo nemmeno, quell’elenco”. Perché la verità è semplice e scomoda, pubblicare quei nomi non servirebbe alla trasparenza, ma a creare un clima da caccia alle streghe, dove il dissenso non è più un diritto ma un sospetto. Dove chi vota No non è un cittadino, ma un potenziale indagato morale.

La storia — quella vera, non quella imbalsamata nei manuali — è un avvertimento.

Rosselli e i suoi compagni di Giustizia e Libertà, Lussu e Tarchiani, lo sapevano bene. Loro, che da Lipari scapparono per non piegarsi a un regime che trasformava le opinioni in reati e le liste di nomi in strumenti di ricatto.

Non combattevano soltanto un dittatore. Difendevano un’idea semplice e rivoluzionaria...la libertà non è un favore concesso dallo Stato, ma un diritto che lo Stato deve garantire. Soprattutto quando è scomodo farlo.

Oggi invece si parla di “meccanismi para-mafiosi”, di “opacità”, di “controlli necessari”, come se la democrazia fosse un ufficio postale dove ogni opinione deve essere timbrata, protocollata, archiviata. Come se la partecipazione politica dovesse diventare un atto notarile: tracciato, certificato, approvato.

Ma la domanda vera non è “chi finanzia il No?”.

La domanda è "perché dovremmo accettare che lo Stato si trasformi in un grande occhio che scruta, schedula, espone?" 

La trasparenza è una cosa. La sorveglianza è un’altra.

Confonderle è il primo passo verso la normalizzazione dell’idea che il dissenso sia un lusso e non un diritto.

E le democrazie non muoiono con un colpo di Stato spettacolare. Non sempre.

Muoiono così, lentamente. Con piccole concessioni. Con “è solo una formalità”. Con “non succede nulla”. Con “chi non ha niente da nascondere non ha niente da temere”. Finché un giorno ti accorgi che il terreno sotto i piedi è diventato sabbia mobile.

Allora sì, sarà troppo tardi per chiedersi dove sia finita la libertà.

Perché la libertà non è un monumento che crolla all’improvviso. È una pianta che appassisce quando smetti di annaffiarla.

E oggi, a quanto pare, qualcuno ha deciso di chiudere il rubinetto.

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