IL CONVITATO DI PIETRA


L’Unione Europea ha deciso di accelerare le procedure per chi proviene dai cosiddetti “Paesi sicuri”. L’idea è semplice, quasi seducente nella sua linearità. Se il tuo Paese è in lista, la tua domanda è presumibilmente infondata, quindi si decide in fretta e si rimpatria ancora più in fretta. Tre mesi. Procedura rapida. Efficienza.

Sulla carta, tutto impeccabile.

Poi però arriva il grande assente del dibattito...l’Oste.
E l’Oste, in questa storia, si chiama Questura. Il convitato di pietra. 

Perché puoi anche inventare tutte le corsie preferenziali che vuoi, ma se l’infrastruttura amministrativa è già al collasso, accelerare non significa correre, significa inciampare più velocemente.

Oggi in molte città ottenere un appuntamento per formalizzare una domanda di asilo richiede mesi. I tempi di rilascio dei permessi di soggiorno sforano regolarmente i limiti di legge. I rinnovi accumulano ritardi strutturali. Le pratiche si accatastano su scrivanie dove il personale è insufficiente, sotto organico cronico, turn over inesistente.

La legge parla di giorni.
La realtà parla di stagioni.

Nel frattempo, i centri di accoglienza sono saturi. I posti non bastano. Le persone restano sospese. Senza documento definitivo, senza possibilità di lavorare stabilmente, senza prospettiva. Il limbo amministrativo diventa condizione esistenziale.

E qui sta il paradosso.

Si costruisce una narrazione tutta concentrata sulla velocizzazione dei “no facili”, ma il vero collo di bottiglia non è la lista dei Paesi sicuri, è la macchina che dovrebbe eseguire le procedure. Se la Questura non riesce a smaltire l’ordinario, come potrà reggere l’accelerato? Se mancano funzionari, mediatori, strutture, che differenza farà comprimere i termini sulla carta?

La riforma promette rapidità, ma ignora la capacità operativa. È come aprire nuove corsie in autostrada senza avere caselli che funzionano. Il traffico non scompare...si concentra.

E così accade che l’efficienza proclamata produca solo una selezione più rigida a monte e una congestione più pesante a valle. I casi “accelerati” passano prima, gli altri restano bloccati più a lungo. I ricorsi aumentano. I tribunali si caricano. Le Questure continuano a lavorare con organici insufficienti. I centri restano pieni.

Nel frattempo, la presunzione di sicurezza trasforma le persone in categorie amministrative. Non sei più una storia individuale, sei un’etichetta geografica. Bangladesh uguale sicuro. Tunisia uguale sicuro. Il resto è un dettaglio che devi dimostrare tu, contro il tempo e contro un sistema che fatica perfino a fissarti un appuntamento.

Il nodo, però, resta sempre lo stesso, non si può accelerare un meccanismo che non è stato messo in condizione di funzionare. Senza investimenti strutturali, senza personale, senza organizzazione, la velocità è solo un effetto retorico.

Accelerare i "no" non risolve il problema dei "sì".
Semplicemente rende più rapida la chiusura della porta, mentre dietro la porta il corridoio è già intasato.

E l’Oste, quello vero [la macchina burocratica delle Questure] continua a non essere invitato alla festa delle riforme.

Finché non si parlerà di organici, di risorse, di capacità amministrativa reale, ogni promessa di efficienza resterà un esercizio di stile.
La politica discute le liste.
La realtà, intanto, fa la fila.

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