IN ATTO E IN POTENZA
Alla luce delle recenti parole del Papa, che ha condannato l’interruzione di gravidanza arrivando a collegarla addirittura alle guerre, è forse il momento di interrogarsi con maggiore rigore su una questione che attraversa i secoli e continua a dividere le coscienze. L’aborto è davvero un omicidio, come molti sostengono?
Per provare a rispondere, possiamo partire da una premessa che appare largamente condivisibile. Si parla di omicidio quando viene soppressa una persona, cioè un essere dotato di quelle caratteristiche che riconosciamo come propriamente umane. La domanda centrale, allora, si sposta su un piano più profondo e filosofico. L’embrione è una persona oppure no. Se la risposta è negativa, l’aborto non può essere definito omicidio, almeno in senso stretto, sul piano giuridico e concettuale. Se invece la risposta è positiva, ci troveremmo davanti a un atto che ogni ordinamento civile considera il più grave dei crimini.
È proprio qui che entra in gioco un apparato teorico molto antico, elaborato da Aristotele e poi ripreso dalla scolastica medievale, in particolare da Tommaso d’Aquino. La distinzione tra potenza e atto. Secondo questa prospettiva, le cose non sono realtà immobili, ma processi in divenire. Un seme è un seme nel presente, ma è una pianta in potenza. Un uovo è un uovo in atto, ma un pollo in potenza. In altre parole, ogni ente possiede possibilità di sviluppo che appartengono alla sua natura, ma che non coincidono con ciò che esso è nel momento attuale.
Applicando questo schema all’embrione, molti sostenitori della tesi antiabortista affermano che esso sia un embrione in atto, ma un essere umano in potenza. Non possiede ancora, cioè, le caratteristiche che attribuiamo a una persona, come autocoscienza, capacità di pensiero, vita relazionale, esperienza del dolore, autonomia biologica. Le possiederà in futuro se il processo di sviluppo non viene interrotto.
Però questo ragionamento contiene una fragilità logica evidente. Dire che qualcosa può diventare X significa ammettere che, al momento presente, non è ancora X. La potenzialità, per definizione, non è attualità. Se l’embrione fosse già un uomo in atto, non avrebbe senso dire che lo è in potenza.
C’è poi un ulteriore elemento da considerare. Non ogni embrione diventa effettivamente un essere umano nato. Gli aborti spontanei sono un fenomeno diffusissimo, e nessuno li considera omicidi. Questo dato di fatto mostra che il passaggio da embrione a persona non è necessario, ma contingente. L’embrione è un possibile uomo, non un uomo già realizzato.
Sostenere contemporaneamente che l’embrione è già un uomo e che lo è solo in potenza equivale a violare il principio di non contraddizione, che è uno dei pilastri del pensiero razionale. Non si può essere nello stesso tempo una cosa e il suo opposto, X e non-X.
Alcuni esempi quotidiani rendono la questione ancora più chiara. Uno studente delle superiori non può pretendere il titolo di laureato sostenendo che è laureato in potenza, perché potrebbe laurearsi tra qualche anno. E nessuno direbbe di aver già scritto un romanzo solo perché ha in mente l’idea di una storia. La possibilità di diventare qualcosa non equivale a essere già quella cosa.
Dire che l’embrione è un uomo in potenza significa dunque riconoscere che, nel momento presente, non è un uomo in atto. E se non è un uomo in atto, non può essere una persona nel senso pieno del termine. Di conseguenza, l’argomento secondo cui l’aborto sarebbe un omicidio perché sopprime un essere umano non regge sul piano strettamente logico, quando si fonda esclusivamente sulla categoria della potenzialità.
Questo non significa, ed è importante sottolinearlo, che l’aborto sia automaticamente giusto o moralmente irrilevante. Significa soltanto che la sua condanna come omicidio non può poggiare coerentemente su questo specifico argomento filosofico. La discussione resta aperta e deve includere altre dimensioni, come i diritti e l’autonomia delle donne, le condizioni sociali ed economiche, le responsabilità collettive, il valore attribuito alla vita in tutte le sue fasi.
Ma se vogliamo affrontare il tema con onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che l’equazione aborto uguale omicidio, fondata sull’idea dell’embrione come persona in potenza, non supera il vaglio della logica filosofica. E già questo basterebbe a rendere il dibattito meno dogmatico e più autenticamente razionale.
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