INGEGNERIA SOCIALE


Viviamo in un’epoca in cui il teatro dell’assurdo non ha più bisogno di palcoscenici. Va in scena direttamente nelle strade, negli uffici pubblici, nei pronto soccorso, nelle aule scolastiche. Il copione è sempre lo stesso, collaudato, efficace, replicabile all’infinito con minime variazioni. Si prende una categoria di lavoratori, la si sottopaga, la si carica di responsabilità enormi, la si priva di strumenti adeguati, le si affibbiano addosso leggi talmente contorte che nemmeno un papiro egizio richiederebbe tanta decifrazione. E poi arriva il vero colpo di genio...si convince quella stessa categoria che il suo nemico non è chi ha costruito questo disastro, ma qualcuno ancora più in basso nella catena alimentare.

Non il legislatore, comodamente seduto in Parlamento a votare fiducie e a discutere di cavilli mentre altri affrontano il caos reale. Non chi scrive le norme. Non chi decide i bilanci. No. Il nemico diventa l’immigrato, il povero, il disperato, quello che chiede un sussidio, quello che sbaglia, quello che spesso delinque proprio perché il sistema lo ha messo con le spalle al muro, addirittura chi manifesta il proprio dissenso. 

Così il poliziotto, una di queste categorie, invece di marciare compatto verso Montecitorio per pretendere leggi chiare, stipendi dignitosi, protezione giuridica e mezzi adeguati, si ritrova a inveire contro il clandestino, contro il magistrato “buonista”, contro l’assistente sociale dal cuore tenero, contro il manifestante che, magari, sta perorando pure una causa civile che interessa e tutela lui stesso o un suo caro. Contro tutti quelli che, nel grande schema delle cose, hanno esattamente il suo stesso livello di potere decisionale...zero virgola zero.

È un capolavoro di ingegneria sociale. E funziona da secoli. I patrizi romani lo sapevano. I baroni medievali lo sapevano. Lo sa benissimo anche il più scalcinato politico contemporaneo...se riesci a convincere il cameriere che il suo problema è il lavapiatti, nessuno dei due alzerà mai lo sguardo verso chi li paga entrambi una miseria.

E questo schema non riguarda solo le forze dell’ordine. Sarebbe troppo limitante. È universale.

L’infermiere, invece di prendersela con i turni massacranti, con la carenza cronica di personale e con stipendi indegni, se la prende con il paziente “che esagera” o con lo straniero che “si cura gratis”.

L’insegnante, invece di pretendere classi meno affollate, programmi sensati e un vero riconoscimento economico, passa il tempo a lamentarsi degli studenti maleducati e dei genitori rompiscatole.

Il lavoratore dipendente, invece di organizzarsi contro chi lo sfrutta, vede come nemico il collega straniero che accetta paghe ancora più basse.

Sempre la stessa storia. Cambiano i volti, non il meccanismo.

Nel frattempo, chi muove davvero i fili continua indisturbato a produrre leggi confuse, contraddittorie, ambigue. Una poltiglia normativa che nemmeno Kafka, nei suoi deliri più febbrili, avrebbe osato immaginare. Norme che poi saranno altri a dover applicare, interpretare, subire, rischiando in prima persona.

E perché mai dovrebbero smettere, se questo sistema funziona così bene?

Se il poliziotto è convinto che il suo problema sia il giudice e il clandestino e non il Parlamento che lo lascia senza tutele, il politico può dormire sereno. Anzi, può persino fingersi paladino delle forze dell’ordine, promettere pugno duro, repressione, tolleranza zero. Tutto fumo. Niente arrosto. Ma un fumo densissimo, perfetto per raccogliere consenso.

Intanto restano stipendi bassi. Restano risorse insufficienti. Restano leggi scritte male. Ma guai a dirlo troppo forte, perché altrimenti si passa per quelli che “non sostengono” la categoria di turno.

È un gioco delle tre carte eseguito alla perfezione. Tutti guardano dove dovrebbe esserci la soluzione, e il baro ha già intascato i soldi da un pezzo.

La parte più tragica è che chi cade in questa trappola non è stupido. Non è ignorante. È umano.

È molto più facile prendersela con un nemico in carne e ossa, con un volto riconoscibile, con un accento straniero, che affrontare entità astratte come bilanci, procedure legislative, giochi di potere parlamentare. Il capro espiatorio è lì, visibile, tangibile. E, guarda caso, qualcuno te lo indica pure col dito.

Così il poliziotto manifesta contro il giudice e l'immigrato invece che contro il Parlamento.
L’infermiere contro il paziente invece che contro i tagli alla sanità.
Il precario contro il dipendente invece che contro chi ha reso la precarietà una condizione strutturale.

Divide et impera. Dividi e comanda. E loro si dividono con un entusiasmo tale che non serve nemmeno più impegnarsi troppo, basta accendere il riflettore giusto e la folla si incendia da sola.

E quando qualcuno prova a dire che il re è nudo, che il problema non sta sotto ma sopra, viene immediatamente accusato di essere “contro” i lavoratori, “contro” le forze dell’ordine, “contro” gli infermieri, “contro” gli insegnanti. Quando in realtà è esattamente il contrario.

Il salto cognitivo richiesto è enorme. Significa ammettere di essere stati presi in giro. Significa accettare che il vero responsabile non è chi sta peggio di te, ma chi sta molto meglio. E questo fa male. Fa molto più male che prendersela con un bersaglio comodo.

E così il gioco continua. Generazione dopo generazione.
Una volta era l’ebreo.
Poi il comunista.
Poi il terrone.
Poi il rom.
Poi l’immigrato.
Domani chissà.

Cambiano i nomi. Cambiano i costumi. Ma la struttura resta identica. E continuerà a funzionare finché sarà più facile odiare in orizzontale che guardare in verticale.

Commenti

Post popolari in questo blog

IL SONDAGGIONE: IO VOTO VANNACCI PERCHÈ...

È TUTTO FRUTTO DELLA FANTASIA?

DIALOGO VS MONOLOGO