LA GUERRA DEI ROSES
Il generale Vannacci lascia la Lega dopo averla usata come ascensore per il Parlamento e scopre, con visibile fastidio, che la politica non funziona a colpi di ordine secco. Salvini media, Salvini tratta, Salvini resta ministro. Orrore. Peccato che senza quei compromessi il governo Meloni sarebbe durato meno di un pandoro aperto a dicembre, e con lui sarebbero saltati i ministeri che la Lega presidia con tanta devozione mediatica.
Ma nel mondo ideale del generale non esistono numeri, alleanze, bilanci o voti di fiducia. Governare è un dettaglio tecnico.
La Lega finge sdegno e parla di tradimento, come se Vannacci fosse stato un passante illuminato e non un candidato scelto apposta per trasformare lo scandalo in consenso. Un libro nostalgico, qualche frase da caserma anni Trenta, molta esposizione televisiva. Il pacchetto funzionava benissimo. Ora i voti sono stati incassati, il seggio è garantito e i principi — notoriamente costosi — possono essere esternalizzati.
Nasce così l’ennesima operazione di protesta permanente. Un partito senza struttura, senza quadri, senza responsabilità. Solo indignazione confezionata in dosi da talk show. Il target è chiarissimo, quelli per cui Salvini è diventato un moderato e la realtà un complotto. Un pubblico fedele, rumoroso e politicamente irrilevante, ma ottimo per restare in scena.
Le proposte sono il solito circo, la “remigrazione” come soluzione universale. Pagare con le tasse chi lavora, produce e manda avanti pezzi interi dell’economia perché se ne vada. Un’idea così brillante che nessun paese al mondo ha mai pensato di applicarla. Imprese senza personale, famiglie sradicate, PIL che evapora. Dettagli. Chi chiede i numeri è un globalista.
E poi le politiche familiari etniche, bonus solo agli italiani puri. Se tuo figlio sposa uno straniero, anche europeo, anche bianco, anche cattolico, sei fuori. Non è razzismo, è contabilità patriottica. Peccato che l’Italia reale sia fatta di matrimoni misti, lavori precari e asili insufficienti. Ma nel mondo del generale basta un incentivo magico per trasformare le famiglie in fabbriche di figli. Quanto costa? Non importa. Pagherà qualcuno. Chi, non è dato sapere.
Dietro la retorica non c’è nulla: nessuna analisi, nessuna copertura finanziaria, nessuna idea praticabile. Ma va bene così, perché il progetto non è governare. È protestare. Protestare costa poco, rende molto e non richiede risultati.
Il destino è prevedibile, qualche anno di rumore, presenza fissa nei talk show, alleanze pittoresche, liste che viaggiano tra lo zero virgola e il folklore. Un Alemanno con meno nostalgia e più algoritmo. Sempre lì, sempre indignato, sempre utile solo a se stesso.
Perché alla fine il punto è questo... non cambiare l’Italia, ma restare in politica. E mentre il generale urla contro i compromessi, altri li fanno davvero, assumendosi il fastidio di governare. È meno eroico, ma funziona.
La protesta è facile. Il potere è noioso.
Vannacci ha scelto la via più comoda.
Non migliorerà il paese.
Migliorerà la sua carriera.
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