LE CONSEGUENZE DI 2 EURO?

La tassa dei due euro sui pacchetti cinesi è una di quelle idee che in conferenza stampa suonano come colpi di genio e nella vita reale assomigliano più a un’autodenuncia. Un capolavoro di ottimismo normativo: basta scrivere una riga in Gazzetta Ufficiale e, per magia, l’economia globale dovrebbe piegarsi alla volontà nazionale. Spoiler: non funziona così.

Il governo Meloni l’ha introdotta dal primo gennaio 2026 con tre obiettivi dichiarati: arginare l’invasione di merci low cost dalla Cina, proteggere l’industria italiana e dimostrare a Pechino che l’Italia “non subisce”. Un messaggio muscolare, di quelli buoni per i titoli dei giornali e per i post sui social. Peccato che i mercati, a differenza delle platee elettorali, non si emozionino. Si limitano a cercare la strada più conveniente.

E la strada, infatti, l’hanno trovata subito.

Confetra, l’associazione dei trasportatori, racconta una storia che non lascia spazio a interpretazioni: solo a Malpensa sono scomparsi oltre trenta voli cargo dall’inizio di gennaio. Non evaporati. Non cancellati dal destino cinico e baro. Trasferiti. Liegi, Budapest, Francoforte, Colonia, Parigi. Gli hub logistici europei ringraziano e incassano, mentre l’Italia osserva perplessa il proprio esperimento di sovranismo applicato.

La dinamica è di una semplicità quasi imbarazzante. Il pacco parte dalla Cina, atterra in Germania o in Belgio, viene sdoganato lì senza pagare la famigerata tassa italiana, poi sale su un camion e attraversa il Brennero come normalissimo traffico intra-UE. Fine della storia. I due euro restano una leggenda metropolitana, una voce di bilancio che vive solo nelle slide del Ministero dell’Economia.

Il governo aveva previsto oltre 122 milioni di euro di gettito nel 2026, ipotizzando 327 milioni di spedizioni. La realtà, come spesso accade, si è presentata con una pernacchia: secondo l’Agenzia delle Dogane, nei primi quindici giorni di gennaio il traffico delle spedizioni sotto i 150 euro è crollato del 40%. Non perché gli italiani abbiano improvvisamente scoperto l’autarchia e il consumo responsabile, ma perché gli stessi pacchi ora entrano dalla porta accanto.

C’è poi la perla ecologica. Un governo che ama definirsi attento all’ambiente ha ottenuto un risultato opposto: meno voli diretti, più camion sulle autostrade. Prima: aereo su Malpensa, smistamento, consegna. Ora: aereo su Francoforte, camion fino a Milano, Torino, Bologna. Più chilometri, più CO₂, più traffico. Una politica green rovesciata, degna di un manuale di ecologia al contrario.

Il dettaglio più surreale è che l’Italia ha deciso di anticipare di sei mesi una misura che tutta l’Unione Europea introdurrà a luglio 2026. Sei mesi. Mezzo anno in cui avremmo potuto coordinare regole, controlli e procedure insieme agli altri Paesi. Invece abbiamo scelto la via dell’eroismo solitario. Risultato: per sei mesi regaliamo traffico, lavoro e tasse ai partner europei, mentre noi ci teniamo i discorsi patriottici e i piazzali mezzi vuoti.

Le associazioni di categoria protestano, e a ragione. Ogni volo cargo perso significa meno occupazione, meno investimenti, meno attrattività del sistema logistico italiano. È un danno strutturale, non simbolico. E tutto questo non scalfisce minimamente la Cina, che continua a vendere esattamente come prima. Cambia solo il beneficiario del passaggio intermedio: Berlino e Parigi al posto di Milano.

Il punto, ed è qui che la questione smette di essere ideologica, è che nessuno nega la necessità di affrontare il tema del dumping e del commercio ultra low cost. Ma queste battaglie si combattono con politiche industriali, accordi europei, regole comuni, controlli seri. Non con balzelli nazionali in un mercato senza frontiere interne.

Mettere una tassa nazionale su un flusso globale è come piazzare un lucchetto su una porta che dà su una stanza senza muri.

Morale della favola: la Cina vende, l’Europa del Nord incassa, i camion inquinano, e l’Italia resta con un provvedimento che riesce nell’impresa rara di essere insieme inutile e dannoso. Due euro sulla carta, molti più costi nella realtà.

Un successo. Ma di quelli al contrario.

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