LE TRE CARTE
Nel nostro Paese va avanti da anni un gioco delle tre carte che funziona alla perfezione. Le forze dell’ordine ne sono spesso le prime vittime.
Il copione è noto...mesi di indagini, rischi, sacrifici, un arresto che sembra finalmente dare senso a tutto. Poi, nel giro di poco, quella persona torna in libertà. La rabbia è inevitabile. Ed è umano cercare un responsabile. Quasi sempre lo si individua nel giudice che ha firmato la scarcerazione, nella magistratura accusata di essere distante, garantista, scollegata dalla realtà, di essere contro il Governo.
Ma il trucco sta proprio qui.
Un processo non è un atto solitario del giudice. È un terreno di scontro tra almeno due attori... accusa e difesa. Entrambi usano le stesse leggi, ma con obiettivi opposti. Il pubblico ministero prova a sostenere l’accusa, l’avvocato difensore fa il suo mestiere, cerca falle, contraddizioni, cavilli, interpretazioni favorevoli al proprio assistito. È esattamente ciò che gli viene richiesto dall’ordinamento.
Il giudice, in mezzo, non decide “a sentimento”. Valuta ciò che le parti portano e applica la legge. Se una norma non consente la custodia cautelare, non può inventarsela. Se una legge è scritta male, ambigua o in conflitto con principi superiori, il magistrato deve interpretarla, non riscriverla.
La verità scomoda è che il problema nasce molto prima dell’aula di tribunale, nasce in Parlamento.
Si approvano leggi in fretta, sull’onda dell’emozione, pensate per produrre titoli e consenso più che effetti reali. Norme che promettono durezza ma che, nella pratica, contengono limiti, eccezioni, formulazioni vaghe. Materiale perfetto per gli avvocati difensori, che fanno semplicemente il loro lavoro utilizzando quegli spazi.
Quando poi l’impianto crolla, la colpa non va a chi ha scritto male le regole, ma a chi le applica.
Così la magistratura diventa il capro espiatorio ideale. Non eletta, tecnica, poco comprensibile. È facile raccontarla come una casta che protegge i criminali. Ed è ancora più facile convincere le forze dell’ordine che il nemico sia lì, dall’altra parte del palazzo di giustizia.
Nel frattempo, la responsabilità politica sparisce.
Prendiamo la prescrizione, se un processo muore per decorrenza dei termini, non è perché un giudice lo ha voluto, ma perché il legislatore ha stabilito quei tempi.
Prendiamo la custodia cautelare...se non è applicabile per certi reati, è perché qualcuno ha deciso così nella legge.
Il risultato è un cortocircuito tossico, poliziotti contro magistrati, magistrati sotto attacco, politica che osserva e spesso alimenta lo scontro. E i problemi strutturali restano intatti.
Non si tratta di dire che i magistrati siano infallibili. Possono sbagliare, come tutti. Ma confondere chi scrive le regole con chi le applica è esattamente ciò che permette al vero responsabile di restare nell’ombra.
Le forze dell’ordine meriterebbero alleati migliori. Meriterebbero leggi scritte bene, strumenti efficaci, riforme pensate per funzionare davvero, non per sembrare dure.
Finché questo gioco delle tre carte continuerà, cambieranno i governi, cambieranno gli slogan, ma il finale sarà sempre lo stesso: frustrazione, rabbia, accuse ai giudici.
E la carta che non verrà mai girata resterà sempre quella della responsabilità politica.
Sono pienamente d'accordo su quanto scrivi, ma è purtroppo vero che, al di là della legge, i giudici hanno il potere di distruggere la vita alle persone, di mandare in prescrizione cose gravi, di tenere in considerazione solo ciò che ritengono utile alla loro valutazione dei fatti e per un fatto di "familiarità" il loro giudizio è insindacabile il più delle volte, perché nessun giudice si metterebbe contro un altro giudice.
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