MATTEO 23, 27-28
C’è qualcosa di profondamente ironico nel modo in cui l’Italia gestisce la questione del crocifisso nelle scuole, e non è solo una faccenda di simboli religiosi o di laicità dello Stato, è piuttosto la fotografia nitida di un Paese che ama rifugiarsi nelle tradizioni quando in realtà quelle tradizioni le ha già svuotate, abbandonate nella pratica quotidiana ma tenute in vita come scenografia identitaria. Si entra in una scuola pubblica e sopra la lavagna pende un crocifisso di legno economico o di plastica, spesso ignorato, nessuno lo guarda davvero, nessuno ci prega davanti, è diventato parte dell’arredamento come l’orologio che non funziona o la cartina geografica scolorita, eppure guai a proporne la rimozione perché immediatamente si sollevano proclami sulla tradizione cristiana e sull’identità nazionale, come se l’identità di un Paese si misurasse dalla quantità di simboli appesi ai muri. Il paradosso diventa quasi grottesco quando si osserva che quel simbolo, che dovrebbe richiamare accoglienza, amore per il prossimo e attenzione agli ultimi, viene agitato proprio da chi sostiene politiche dure contro i migranti, taglia il welfare e interpreta il cristianesimo in modo selettivo, invocando la carità solo quando conviene sul piano elettorale. Intanto le chiese si svuotano, meno di un quinto degli italiani partecipa regolarmente alla messa, le parrocchie faticano, il clero invecchia, ma questo non impedisce a molti politici di presentarsi come difensori della cristianità quando c’è da polemizzare contro il velo islamico o contro un’Europa giudicata troppo laica. È un Paese che crede sempre meno ma usa la fede come clava identitaria, che svuota le navate e riempie i comizi di riferimenti religiosi, che ignora gli insegnamenti evangelici e si indigna se qualcuno propone di togliere un simbolo da un’aula scolastica. La scuola diventa così il palcoscenico di questo teatro simbolico, invece di essere il luogo in cui si discute seriamente di pensiero critico, rispetto reciproco e convivenza in una società plurale, ci si arena in battaglie che mascherano l’assenza di un progetto educativo solido. Mentre si litiga sul crocifisso, gli edifici cadono a pezzi, i programmi restano ancorati a decenni fa, gli insegnanti sono sottopagati e spesso demotivati, gli studenti escono senza strumenti adeguati per comprendere il mondo complesso in cui vivono, ma il simbolo deve restare al suo posto, come se la sua presenza garantisse stabilità morale a un sistema che vacilla su fondamenta ben più concrete. Molti studenti provengono da famiglie musulmane, ebree, atee o semplicemente indifferenti alla religione, eppure lo spazio che dovrebbe essere comune e neutrale continua a comunicare implicitamente la centralità di una tradizione specifica, mentre lo Stato si definisce laico. L’Italia non ha mai risolto del tutto il rapporto tra Chiesa e Stato, forse perché per secoli ha convissuto con il Vaticano come presenza strutturale, forse perché certe abitudini mentali sono difficili da superare, e così si perpetua una situazione ambigua in cui il cattolicesimo è sempre più cultura e sempre meno pratica, ma rimane vessillo politico pronto all’uso. I giovani osservano questo scarto tra parole e realtà, tra retorica e quotidianità, e crescono in un clima in cui è difficile distinguere la convinzione autentica dalla propaganda. Non si tratta di negare le radici cristiane dell’Europa, che hanno inciso profondamente su arte, diritto e filosofia, si tratta piuttosto di chiedersi se nel ventunesimo secolo abbia senso imporre un simbolo religioso in uno spazio pubblico destinato a tutti, in una società che è ormai multiculturale e multireligiosa. Forse sarebbe più onesto ammettere che il crocifisso in classe è diventato un feticcio identitario, svuotato di reale contenuto spirituale, utile più a segnare confini che a ispirare comportamenti coerenti con il Vangelo. Nel frattempo la scuola italiana resta impantanata nelle sue contraddizioni, incapace di innovare con decisione, prigioniera di compromessi e mezze misure, mentre il dibattito pubblico preferisce concentrarsi su simboli facilmente spendibili invece di affrontare riforme difficili ma necessarie. La laicità autentica non consisterebbe nel dichiarare guerra ai simboli religiosi, ma nel costruire uno spazio pubblico in cui ogni individuo, credente o non credente, si senta realmente rappresentato e rispettato, dove l’inclusione sia pratica quotidiana e non slogan, dove l’identità non sia una bandiera agitata nei momenti di convenienza politica ma una scelta consapevole e coerente. Finché questo non accadrà, il crocifisso continuerà a pendere sopra le lavagne come il simbolo non tanto della fede quanto della nostra difficoltà collettiva a decidere con chiarezza chi vogliamo essere, un Paese capace di affrontare il presente oppure una nazione che preferisce aggrapparsi ai simboli del passato per evitare di misurarsi con le proprie responsabilità attuali.
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