OSSERVA STOCAZZBBIIP

 

Benvenuti al Board of Peace, l’ultima creatura della fantasia imprenditoriale applicata alla geopolitica, un club esclusivo travestito da vertice internazionale dove la pace si compra a quota fissa e il biglietto d’ingresso costa un miliardo di dollari, a Stato, a bandiera, a convenienza, purché il bonifico arrivi puntuale. Al centro della scena siede il Presidente Eterno Donald, chairman a vita autoproclamato, con diritto di veto su tutto, chi entra, chi parla, chi paga e soprattutto chi incassa. Un condominio globale dove l’amministratore non solo scrive il regolamento ma decide anche chi può usare l’ascensore e chi resta sulle scale di servizio. Attorno al trono dorato si allineano i petrostati più solerti, Emirati, Bahrain, Arabia Saudita, pronti a trasformare i petrodollari in gettoni diplomatici, mentre Israele osserva i piani di ricostruzione di Gaza con l’aria soddisfatta di chi ha appena firmato un preliminare immobiliare con vista mare. La parola umanitario viene stirata fino a diventare un brand, una confezione elegante dentro cui infilare interessi strategici, sicurezza, controllo territoriale e un pizzico di marketing globale. Il vero capolavoro è la natura privatistica dell’operazione, niente ONU che disturbi con il diritto internazionale, niente assemblee rumorose, niente principi universali da spolverare, solo una struttura fluida che gestisce fondi e destini con la leggerezza di un fondo speculativo, la geopolitica ridotta a startup con investitori premium e popolazioni locali come variabile di bilancio. E poi ci siamo noi, l’Italia in modalità osservatore elegante, presente ma non troppo, Meloni invitata al summit del 19 febbraio a Washington per monitorare, ascoltare, restare flessibile, parole che suonano come formule diplomatiche ma che tradotte significano essere in sala senza microfono. Nessun voto, nessun miliardo da versare, solo il privilegio di assistere mentre altri decidono l’architettura del futuro e noi annuiamo con compostezza istituzionale. L’articolo 11 della Costituzione aspetta fuori campo cercando di non attirare l’attenzione, mentre Tajani prepara la spiegazione ufficiale, diplomazia pragmatica, interesse nazionale, presidio dei tavoli che contano, un lessico levigato per raccontare una posizione che somiglia più a una comparsata che a una regia. Nel frattempo Turchia e Ungheria moltiplicano le fotografie di circostanza, i palestinesi osservano la propria terra trasformarsi in progetto urbanistico con rendering patinati e noi stringiamo il badge del summit come fosse una fiches al casinò globale, convinti che restare nella stanza equivalga a contare qualcosa. Strategia, certo, basta pronunciarla con sufficiente sicurezza e tutto sembra solido, mentre il Salotto della Pace continua a vendere poltrone imbottite e silenzi ben remunerati. Applaudiamo piano, con eleganza, con le mani ben aperte, perché in fondo l’importante non è decidere ma essere invitati.

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