SALVINI, IL VIRUS


Nella sala riunioni top-secret di Washington, l’aria era così densa di gravità istituzionale che si poteva spalmarla sul pane.

Agenti dell’FBI in giacca scura, cravatte impeccabili e occhiaie di livello nucleare sorseggiavano caffè nero come se fosse l’ultimo sacramento. Sullo schermo gigante campeggiava una scritta che sembrava pesare venti chili:

FILE EPSTEIN – CLASSIFICATO

Sotto, una lista interminabile: miliardari senza volto, star con sorrisi sintetici, aristocratici europei in disarmo morale, politici dalla carnagione perennemente abbronzata.

L’agente capo Ramirez parlò con voce che sapeva di Costituzione e minaccia:

— Signori, questo dossier contiene il peggio dell’umanità organizzata. Reti internazionali. Isole private. Complicità ai massimi livelli. Qui dentro c’è il lato oscuro del pianeta.

Gli agenti annuirono.

Gravità.

Serietà.

Storia.

Poi lo scorrimento arrivò alla pagina 47.

E la realtà, come entità concettuale, ebbe un singhiozzo.

MATTEO SALVINI – ITALIA
Nota: Ha portato i cannoli.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Non perché fosse sconvolgente.
Ma perché era metafisicamente sbagliato.

Un agente sussurrò:

— No.

Un altro:

— Non può essere.

Un terzo:

— Questo… rompe il tessuto dell’universo.

Ramirez sbatté le palpebre.

— Salvini… quello delle sagre. Dei selfie. Del mojito in spiaggia. Quello che trasforma qualunque frase in una calamita per meme?

Silenzio.

Poi Smith scoppiò a ridere. Non una risata normale. Una risata isterica, da uomo che ha appena visto Dio inciampare su una buccia di banana.

— Ragazzi… se Salvini è qui dentro… questo dossier è finito.

Un agente texano si asciugò le lacrime:

— È come mettere un clown a un funerale di Stato.

Un altro precisò:

— Peggio. È come se il clown fosse diventato un principio cosmico.

E in effetti era così.

Da anni, negli ambienti dell’intelligence circolava una teoria non ufficiale:

la Presenza Salvini.

Un fenomeno per cui, non appena il suo nome compare in un contesto, quel contesto perde automaticamente ogni residuo di dignità.

Politica estera? Farsa.
Economia? Cabaret.
Sicurezza nazionale? Sagra della porchetta.

E ora… il caso Epstein.

Smith iniziò a fantasticare:

— Me lo vedo che atterra sull’isola con una borsa frigo.
“Jeffrey, niente champagne. Ho portato cannoli, salamino e il rosario.”

Un altro aggiunse:

— Epstein che organizza un’orgia internazionale e Salvini che chiede:
“Scusate, qualcuno ha visto il parmigiano?”

Risate sempre più incontrollabili.

Ramirez tentò un ultimo gesto disperato:

— Signori! Parliamo di traffico internazionale di minori!

Smith rispose serio:

— Capo… con Salvini dentro, stiamo parlando di traffico internazionale di mozzarelle.

La stanza capì una cosa terribile:

Il problema non era se Salvini fosse davvero coinvolto.
Il problema era che la sua presenza rendeva impossibile prendere sul serio qualunque crimine.

Era come se una forza invisibile — una manina — lo avesse infilato nel file apposta.

Non per accusarlo.

Ma per sabotare.

Per trasformare il dossier più oscuro del secolo in una barzelletta planetaria.

Un agente azzardò:

— E se qualcuno l’avesse aggiunto di proposito?
— Perché?
— Perché nessuno creda più a niente.

Silenzio.

Era un’ipotesi spaventosa.

La più raffinata operazione di disinformazione della storia:

Non falsificare le prove.

Ma ridicolizzarle.

Il capo analista, ormai sconfitto, dichiarò:

— Questo file non è più un’arma giudiziaria.
È una sit-com.

Titolo:

“Epstein & Salvini – Cannoli, Mojito e Apocalisse.”

Ramirez chiuse lentamente il laptop.

— Caso compromesso.
Non da hacker.
Non da talpe.
Ma da pagliacciamento sistemico.

Da quel giorno, negli uffici federali esiste una regola non scritta:

Se stai gestendo qualcosa di serio…
se davvero riguarda il destino del mondo…
prega che il nome di Salvini non compaia.

Perché quando arriva lui,
non importa quanto sia reale l’orrore.

Diventa tutto, inevitabilmente,
una sagra.

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