SEMANTICA COMPLICE


C’è qualcosa di profondamente comodo nella postura di chi invoca la Costituzione antifascista per difendere il diritto di dire qualunque cosa [anche le peggiori sciocchezze] salvo poi prendere le distanze, con superiorità, da chi esercita davvero quel diritto. È il liberalismo da salotto. Si celebra il principio astratto, ma ci si guarda bene dal confrontarsi con le sue conseguenze concrete. Un modo elegante per sentirsi dalla parte giusta senza correre alcun rischio.

Ma il punto non è nemmeno questo. Il nodo vero è più profondo e più scomodo.

Paragonare i dati sulle vittime civili palestinesi alle cifre delle SS non è una semplice “provocazione” o una leggerezza comunicativa. È un’operazione ideologica. Perché quei numeri non arrivano soltanto da Hamas, come spesso si lascia intendere, ma da organizzazioni internazionali, agenzie umanitarie, osservatori indipendenti, oggi pure confermate dall'IDF. Metterli sullo stesso piano delle statistiche naziste serve a insinuare il dubbio, a sporcare la fonte, a trasformare la tragedia in propaganda.

È una forma raffinata di negazione, travestita da razionalità.

Certo, si ripete spesso che “tutte le guerre fanno schifo”. Ed è vero. Ma questa verità generica, così rassicurante nella sua neutralità, finisce per diventare uno schermo. Una frase che assolve tutti e non accusa nessuno. Una scorciatoia morale che evita accuratamente la domanda centrale quando una guerra smette di essere soltanto una guerra e comincia ad assomigliare a qualcosa di diverso?

Quando la sproporzione sistematica delle vittime civili, la distruzione deliberata di ospedali, scuole e reti idriche, l’assedio che produce fame, epidemie e collasso sociale smettono di essere “danni collaterali” e diventano un metodo?

È qui che si manifesta l’ipocrisia dell’Occidente e che la rappresenta alla perfezione. Un Occidente che costruisce la propria identità morale sulla memoria dell’Olocausto, ma fatica enormemente a riconoscere dinamiche simili quando non si presentano con le stesse bandiere e gli stessi simboli.

La memoria, in questo schema, non è più uno strumento di vigilanza etica. È un capitale politico.

Si discute all’infinito di parole...guerra, terrorismo, autodifesa, rappresaglia, sicurezza. Nel frattempo i corpi si accumulano, e con essi le macerie, gli orfani, i mutilati, gli sfollati. Il linguaggio diventa un anestetico. La complessità, che dovrebbe aiutarci a capire meglio, viene usata per non prendere posizione.

Odiare Hamas è legittimo. Condannarne i crimini è doveroso. Ma trasformare quell’odio in un lasciapassare morale per rendere invisibile la sofferenza di milioni di palestinesi è una scelta politica precisa. Non una fatalità.

Ed è una scelta che tradisce esattamente quei principi antifascisti che si pretende di difendere.

Perché il senso profondo del “Mai più” non era un’esclusiva storica. Non significava “mai più solo agli ebrei”. Significava “mai più a nessuno”. Mai più a nessun popolo, in nessun luogo, per nessuna ragione.

Quando la memoria smette di essere uno strumento per prevenire le atrocità e diventa un dispositivo per giustificarle, non è più memoria.

È solo retorica.

Commenti

Post popolari in questo blog

IL SONDAGGIONE: IO VOTO VANNACCI PERCHÈ...

È TUTTO FRUTTO DELLA FANTASIA?

DIALOGO VS MONOLOGO