ASSEDIO DI STATO
In una strada qualsiasi di Minneapolis, una donna è chiusa nella sua auto quando viene circondata da uomini armati e incappucciati. Si muovono come una milizia in missione punitiva, più che come funzionari di uno Stato di diritto. Nel video, uno di loro le urla di uscire “dalla tua fottuta macchina”, un altro si piazza davanti al veicolo con l’arma in pugno. La sequenza si chiude con colpi sparati a bruciapelo attraverso il finestrino. Il SUV avanza ancora per pochi metri, poi si schianta. Fine.
È l’ennesima esecuzione travestita da operazione di sicurezza, l’ennesimo corpo sacrificato sull’altare della “guerra all’immigrazione”, dove basta una targa, un volto, un sospetto per trasformare una persona in un bersaglio legittimo.
Poi arriva, puntuale, il copione. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna parla di “atto di terrorismo interno”. La ministra Kristi Noem giura che la donna avrebbe tentato di investire un agente. Il lessico dell’emergenza viene estratto come un timbro burocratico, utile a bollare come nemico chiunque intralci la sceneggiatura del potere. A coronare l’opera, il Presidente si affaccia alle telecamere per assolvere in diretta nazionale chi ha premuto il grilletto. Trump dice di aver visto il video, lo definisce “orribile da guardare”, ma la conclusione è già scritta. L’agente dell’ICE “ha sparato per autodifesa”, la donna diventa all’istante un’“agitatrice professionista”, una minaccia da neutralizzare.
È l’autodifesa come dogma. Non si discute, si ripete. Non si argomenta, si proclama. E intanto i fatti, una pistola puntata a distanza ravvicinata contro una persona intrappolata in un abitacolo, gridano esattamente il contrario.
Che gli agenti dell’ICE si muovano come bande armate non è più una metafora, ma una descrizione tecnica. Passamontagna, armi spianate, retate di massa nei quartieri. Una presenza federale che il sindaco Jacob Frey definisce apertamente “caos” importato dall’alto, fino a chiedere che se ne vadano dalla città. In questo contesto, il volto coperto non è uno strumento operativo. È una licenza narrativa. Serve a ricordare che questi uomini non risponderanno mai davvero a nessuno, che le loro facce sono intercambiabili, che l’apparato conta più dell’individuo e che la responsabilità si dissolve in una catena di comando progettata per non arrivare mai a un nome e a un cognome.
Dietro quelle maschere non ci sono “mele marce”, ma l’incarnazione pratica di una politica che ha deciso che il migrante, l’attivista, l’osservatore legale, chiunque non stia al proprio posto, possa essere trattato come un pericolo da eliminare. Anche quando, come ricorda la deputata Ilhan Omar, sta semplicemente monitorando un’operazione dello Stato.
Il mondo MAGA applaude o minimizza, perché questo è esattamente lo spettacolo promesso. Un’America in cui la legge non è più un limite al potere, ma un’arma contro i nemici culturali del trumpismo. In questa narrazione, l’agente federale che spara a una donna al volto non è il problema, ma l’eroe incompreso, vittima della “sinistra radicale” che osa criticare chi “sta solo facendo il suo lavoro, rendere l’America sicura”, come proclama Trump mentre benedice l’uso della forza letale e riduce ogni obiezione a tradimento interno.
La trasformazione è completa. Il movimento che si dice assediato diventa, nei fatti, il sistema che punisce. E lo fa in pubblico, in video, sapendo di non pagare alcun prezzo, perché il Presidente ha già firmato in anticipo il condono morale di ogni pallottola.
Che un sindaco, un governatore o un’intera comunità gridino allo scandalo conta fino a un certo punto. Frey parla di “forza sconsiderata” e definisce “una stronzata” la versione dell’autodifesa. Tim Walz denuncia una “macchina propagandistica”. Le piazze si riempiono. Ma a Washington la linea resta intatta, impermeabile persino all’evidenza visiva di un’esecuzione ravvicinata.
In questo scarto tra ciò che si vede e ciò che viene raccontato dall’alto vive il vero clima di impunità. Se la realtà non coincide con la propaganda, tanto peggio per la realtà. Basterà dichiarare terrorista chi muore e patriota chi spara. È così che un’agenzia di controllo dell’immigrazione si trasforma in un corpo di spedizione ideologico, e che una parte del Paese accetta, con entusiasmo o con indifferenza, che la legge venga amministrata a colpi di pistola, di notte, a volto coperto, contro chi ha il torto fondamentale di esistere nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, davanti all’arma giusta.
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