GHEDDAFI SÌ, MADURO NO
La vicenda venezuelana e la posizione assunta dal governo italiano
pongono una questione che va ben oltre il giudizio – sacrosanto – su Nicolás Maduro. Non riguarda solo il Venezuela, ma la coerenza stessa con cui l’Italia dice di difendere la sovranità degli Stati e il diritto internazionale.
Un punto va chiarito subito...Maduro guida un regime autoritario, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, di elezioni manipolate e di aver condotto un paese ricchissimo alla rovina. Nessuna ambiguità è possibile su questo. Ma la condanna morale di un regime non equivale automaticamente alla legittimazione dell’ingerenza esterna o al riconoscimento di governi paralleli autoproclamati.
Il diritto internazionale esiste proprio per evitare che le relazioni tra Stati diventino una guerra permanente di giudizi politici mascherati da missioni etiche. Il riconoscimento di un governo non è una dichiarazione di simpatia o antipatia, ma un atto giuridico che si fonda su criteri precisi, controllo del territorio, esercizio effettivo del potere, riconoscimento attraverso meccanismi condivisi. Quando l’Italia riconosce come presidente del Venezuela una figura che non governa nulla, non controlla il paese e non esercita funzioni sovrane, sta compiendo una scelta politica che esce dal perimetro del diritto.
Ed è qui che emerge una contraddizione difficilmente difendibile. La destra italiana ha costruito la propria identità sulla difesa assoluta della sovranità nazionale. Quando si parla di migrazioni, di Unione Europea, di sentenze delle corti internazionali, il messaggio è sempre lo stesso... nessuno può dirci cosa fare a casa nostra. La sovranità è inviolabile, le ingerenze sono inaccettabili, le pressioni esterne vengono denunciate come attacchi alla volontà popolare.
Eppure, questa sacralità della sovranità scompare quando si guarda al Venezuela. In quel caso diventa legittimo decidere dall’esterno chi debba governare un altro paese, riconoscere governi che non governano, interferire nei processi politici interni. La sovranità, evidentemente, non è un principio universale, ma uno strumento retorico a geometria variabile.
La contraddizione è ancora più evidente se si ricorda la posizione storica della stessa area politica sull’intervento NATO in Libia del 2011 [vds nota a pié pagina]. Quell’operazione viene ancora oggi citata come esempio di interventismo occidentale irresponsabile e di violazione della sovranità di uno Stato. E non a torto, l’intervento ha prodotto caos, instabilità, terrorismo e ha contribuito direttamente alla crisi migratoria che oggi domina il dibattito politico italiano.
Ma se l’intervento in Libia è stato un errore perché ha violato la sovranità statale, come si può sostenere che sia giusto interferire negli affari interni del Venezuela? O la sovranità vale sempre, anche quando governa un regime odioso, oppure non è un principio, ma una bandiera da sventolare solo quando conviene.
Lo stesso schema emerge nella narrazione sulle migrazioni, spesso descritte come una “invasione” o addirittura come un “attacco ibrido”. Se prendessimo sul serio questa retorica, dovremmo accettarne le conseguenze logiche...rispondere con la forza, colpire i paesi di origine o di transito, intervenire militarmente. È un’assurdità evidente, ma è l’esito naturale di una narrazione bellicista applicata a un fenomeno che non è e non può essere un atto di guerra.
La migrazione è un fenomeno complesso, prodotto da disuguaglianze, instabilità politica, conflitti e cambiamenti climatici. Trattarla come un’aggressione militare non solo è concettualmente sbagliato, ma rischia di replicare esattamente gli errori della Libia... più instabilità, più disperazione, quindi più migrazioni.
Il problema di fondo è il rapporto strumentale con il diritto internazionale. Lo si invoca quando serve a difendersi dalle critiche esterne, lo si ignora quando impone vincoli sgraditi, lo si applica selettivamente contro i governi considerati nemici. Il diritto internazionale d'altronde, per un ministro degli Esteri, "vale fino a un certo punto" [sic!]. Così facendo, però, non si indeboliscono solo le regole, si indebolisce anche la posizione dell’Italia, che ha tutto l’interesse a vivere in un sistema internazionale basato su norme condivise e non sulla legge del più forte.
Maduro resta un dittatore, e il suo regime è politicamente e moralmente illegittimo. Ma questo non autorizza l’Italia a decidere unilateralmente chi debba governare il Venezuela. La migrazione resta un problema serio, ma non giustifica una retorica di guerra. L’unico criterio che può evitare queste contraddizioni è il rispetto coerente, non selettivo, del diritto internazionale. Perché l’alternativa non è una sovranità più forte, ma un mondo più instabile. E in quel mondo, l’Italia avrebbe solo da perdere.
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Giorgia Meloni, all'epoca, faceva parte del governo Berlusconi, che inizialmente era contrario all'intervento ma alla fine si allineò e partecipò attivamente con la concessione dello spazio aereo italiano. Meloni ha successivamente criticato l'intervento, definendolo una "vergognosa mistificazione della realtà" e un errore politico che ha lasciato la Libia nell'insicurezza.

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