IL COLORE DELLA VERITÀ
Che meraviglia la coerenza a intermittenza. La testimonianza di chi ha vissuto sulla propria pelle diventa verità sacra o sospetta propaganda a seconda di quanto sia utile alla narrativa del momento. Non è un vizio di una parte sola ma una patologia trasversale che attraversa tutto lo spettro politico.
Quando parla un venezuelano fuggito da Maduro la destra lo ascolta con rispetto. Fame repressione miseria diventano prove definitive della dittatura. Ed è giusto così perché quelle esperienze sono reali e verificabili. Il problema nasce dopo quando lo stesso criterio sparisce.
Perché se a parlare è un palestinese di Gaza la testimonianza perde valore. Bombardamenti macerie bambini sotto le rovine diventano racconti sospetti forse manipolati forse esagerati. Il palestinese non è mai una vittima piena ma sempre un soggetto da relativizzare. Eppure anche qui i fatti sono documentati e verificabili.
Il principio è identico "io c’ero, ho visto, ho sofferto". Cambia solo quando conviene crederci. Acceso contro i nemici ideologici spento quando mette in difficoltà gli alleati strategici. Questo è un caso classico di ingiustizia epistemica ovvero concedere credibilità in base all’utilità politica e non alla qualità delle prove.
Il contesto conta ma non dovrebbe decidere se ascoltiamo qualcuno bensì come valutiamo ciò che dice. Riconoscere valore alle testimonianze non significa accettarle acriticamente ma nemmeno squalificarle a comando. La presenza di Hamas non cancella la sofferenza dei civili così come la repressione chavista non invalida le voci di chi fugge dal Venezuela.
O la sofferenza vissuta ha dignità epistemica per tutti oppure non ne ha per nessuno. Questo doppio standard è propaganda mascherata da principio morale. Alla fine resta una verità semplice molti credono alle vittime solo quando sono utili e smettono quando diventano scomode. Ipocrisia diffusa coerenza zero e moralismo a orologeria senza distinzione di schieramento.
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