IL NOSTRO GETSEMANI

Pensare al Getsemani come al vero luogo della morte di Cristo significa guardare alla Passione non come a un racconto di sangue e di dolore, ma come a una storia di libertà. In quel giardino, prima ancora che inizi la croce, avviene il momento decisivo. Gesù non è ancora arrestato, nulla è compiuto, eppure sceglie di non fuggire. È lì che la sua umanità si manifesta nella forma più autentica, nel desiderio di vivere che si scontra con la necessità di accettare ciò che non può essere evitato.
Non è casuale che quel luogo si chiami Getsemani, che significa frantoio. È il posto in cui le olive vengono pressate, schiacciate dal peso, “fatte morire” perché da esse possa scorrere l’olio. Nulla nasce senza pressione, nulla illumina senza essere prima frantumato. In quel giardino, Gesù entra nel frantoio della storia. Non viene spezzato dagli eventi, ma si lascia attraversare da essi, accettando che la sua vita venga consegnata perché da essa possa stillare luce.
Il Getsemani mostra che la fede non nasce dalla forza, ma dalla resa consapevole, non dal potere di controllare gli eventi, ma dal coraggio di fidarsi. La libertà, in questo senso, non è fare ciò che si vuole, ma decidere chi essere quando la volontà incontra un limite invalicabile. Come l’oliva sotto la macina, la volontà non scompare, viene trasformata.
Per questo quel luogo silenzioso e notturno, apparentemente privo di azione, è in realtà il centro segreto della storia cristiana. Perché lì la fedeltà prende forma senza testimoni, nel buio, nell’intimità più radicale. È nel frantoio che si decide se opporre resistenza o lasciar fluire ciò che può diventare dono. È affidarsi a Dio, "sia fatta la Tua volontà". 
Ciò che sulla croce apparirà nel corpo, nel Getsemani è già accaduto nello spirito. Da quel momento, il dolore fisico non è che la conseguenza di una decisione interiore già presa. La croce non è l’inizio del sacrificio, ma il suo esito visibile. L’olio è già stato estratto, la luce verrà accesa.
Nella vita di ciascuno, il Getsemani ritorna ogni volta che si è chiamati a lasciare qualcosa di giusto, di bello, di amato, non per rassegnazione, ma per fedeltà a un cammino più profondo. È il momento in cui si entra nel proprio frantoio. Quando l’esperienza schiaccia, toglie forma, costringe a perdere ciò che sembrava essenziale. Eppure, proprio lì, qualcosa può cominciare a fluire.
È il punto in cui la fede smette di essere un insieme di idee e diventa fiducia vissuta nel buio, accettazione di una perdita che non chiude, ma apre alla trasformazione. In fondo, il Getsemani non è solo un luogo della vita di Cristo, ma un luogo dell’esperienza umana. Quello in cui, almeno una volta, si è chiamati a pronunciare un “sì” difficile, capace di trasformare la paura in libertà, la frantumazione in luce, la resa in nascita.
Nel tempo dell’incertezza, quando le sicurezze si sgretolano e la paura sale come un’onda, la vita ci conduce nel nostro frantoio interiore. È il luogo dove tutto ciò che credevamo solido viene schiacciato, dove le forme conosciute cedono, e ciò che eravamo sembra disfarsi sotto il peso dell’incomprensibile. Lì, la fede non appare come luce piena, ma come una presenza silenziosa che resiste nel buio.

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