IMMUNITÀ E IMPUNITÀ
La cattura di Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti sollevano una questione giuridica estremamente delicata che va ben oltre il destino personale di un leader contestato e tocca i nervi scoperti del diritto internazionale contemporaneo, perché qui non è in gioco solo l’idea di punire un presunto colpevole, ma l’equilibrio stesso tra la pretesa di giustizia penale e il rispetto della sovranità degli Stati, un equilibrio fragile che rischia di spezzarsi ogni volta che il diritto viene piegato a strumento di pressione geopolitica. Il punto centrale, spesso semplificato nel dibattito pubblico, è la distinzione tra immunità e impunità. L’immunità personale del capo di Stato non è un premio né uno scudo morale, ma una protezione funzionale pensata per evitare che governi stranieri possano paralizzare l’azione di un altro Stato attraverso iniziative giudiziarie, ed è per sua natura temporanea, legata all’esercizio effettivo della funzione e destinata a cadere con la fine del mandato. La Corte Internazionale di Giustizia lo ha chiarito già nel 2002, stabilendo che i vertici dello Stato in carica non possono essere sottoposti a coercizione penale da parte di giurisdizioni straniere, non perché siano al di sopra della legge, ma perché l’immunità appartiene allo Stato e serve a preservarne il funzionamento. Finché Maduro esercita un controllo effettivo sul territorio, sulle forze armate e sull’apparato diplomatico, la protezione permane sul piano internazionale, indipendentemente dal giudizio politico o morale sulla sua legittimità elettorale. A questo si aggiunge un altro nodo cruciale, la sovranità territoriale e il divieto dell’uso della forza. Un’eventuale cattura forzata su suolo venezuelano, senza consenso o mandato ONU, non sarebbe una normale operazione di giustizia, ma una violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, cioè una forma di ingerenza coercitiva che trasforma una pretesa giurisdizionale in un atto di forza. Gli Stati possono anche rivendicare competenze penali extraterritoriali, ma tradurle in arresti armati oltre confine significa superare una linea rossa che separa il diritto dall’arbitrio. Il paradosso emerge chiaramente quando si invoca il mancato riconoscimento politico di Maduro per negargli l’immunità. Una logica che può valere sul piano interno di uno Stato, ma che non cancella automaticamente lo status internazionale di un individuo che continua a essere trattato come capo di Stato da una parte significativa della comunità internazionale. Il precedente Noriega, spesso citato come giustificazione, dimostra semmai il contrario, perché fu il prodotto di un’invasione militare duramente criticata e non un modello giuridico legittimante. Alla fine, nel diritto internazionale conta tanto il "cosa" quanto il "come", anche accuse gravissime, se perseguite violando principi fondamentali come il non intervento e il divieto dell’uso della forza, producono effetti destabilizzanti e aprono la porta a pericolose reciprocità, dove ogni potenza si sentirà autorizzata a catturare i leader altrui in nome delle proprie leggi. Nemmeno il richiamo ai crimini internazionali risolve il problema, perché l’eccezione all’immunità vale per i tribunali internazionali, non per le giurisdizioni nazionali che agiscono unilateralmente, e in ogni caso non legittima la cattura forzata extraterritoriale. In un sistema privo di un’autorità centrale di enforcement, il diritto internazionale sopravvive solo grazie all’autolimitazione e al rispetto di regole comuni, imperfette ma indispensabili. Esistono strumenti alternativi, meno spettacolari ma più coerenti con l’ordine giuridico... sanzioni mirate, pressioni diplomatiche, procedimenti post-mandato, percorsi multilaterali. Sono strade lente e frustranti, ma evitare scorciatoie è il prezzo da pagare per non trasformare la giustizia in un’altra forma di potere mascherato. Il caso Maduro, in definitiva, mostra quanto sia sottile la linea che separa il diritto dalla forza e quanto sia facile oltrepassarla quando l’urgenza politica prende il sopravvento nel rapporto tra Stati, i mezzi contano quanto i fini, e perseguire la giustizia con l’arbitrio significa legittimare il caos.
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