LA MALEDIZIONE DELL'ANGOLO RETTO
Se l’universo custodisse davvero un codice segreto, non sarebbe inciso nel marmo delle formule né protetto da teoremi impeccabili. Sarebbe scritto nelle curve che esitano, nei vortici che si cercano, nelle spirali imperfette da cui nascono galassie e conchiglie, foglie e uragani, il DNA e il battito che lo accompagna. La natura non disegna con il righello, improvvisa, respira, sbaglia con grazia e da quell’errore continuo fa nascere tutto ciò che vive.
La linea retta è un’illusione gentile, un’invenzione della mente per non sentirsi persa. In natura non esiste davvero, è un’idea, una scorciatoia mentale, una promessa di controllo su ciò che invece scorre, devia, ritorna su se stesso. La realtà non avanza mai in linea retta, si piega, tentenna, riprova, è un passo che sbaglia strada e proprio così arriva lontano.
Noi però ci siamo innamorati degli angoli. Abbiamo costruito il nostro mondo come una fortezza di perpendicolari e viviamo in cubi, lavoriamo in cubi, sogniamo dentro stanze con pareti parallele. Ci tranquillizzano le griglie, le mappe ordinate, le strade che non sorprendono, come se l’universo potesse franare se smettesse di rispettare i novanta gradi. Pensiamo in modo lineare perché spezzare è più facile che ascoltare e dividere sembra chiarire anche quando impoverisce.
Forse l’angolo retto è una vecchia bugia ben raccontata, l’idea che l’ordine coincida con la quiete e che la verità sia qualcosa da misurare, che capire significhi possedere. Ma anche il cubo più perfetto vibra, anche la materia che crediamo solida trema, si consuma, si arrende al tempo. Nulla resta fermo abbastanza a lungo da giustificare tanta rigidità e in natura ciò che non si piega prima o poi si spezza.
C’è un’arroganza silenziosa nell’angolo retto, il desiderio di congelare un universo che non ha mai smesso di danzare. Le città ordinate, le strade dritte, le finestre che tagliano il cielo come ferite geometriche sono il riflesso di una mente che ha confuso la complessità con la paura e la ripetizione con la sicurezza, abbiamo scambiato il mistero per un difetto da correggere.
Eppure qualcosa dentro di noi resiste. Nei sogni le forme si sciolgono, nei desideri non esistono spigoli, nei gesti spontanei il corpo ricorda ciò che la mente ha dimenticato. Quando cerchiamo libertà non scegliamo mai gli angoli, seguiamo sentieri che serpeggiano, spazi che respirano, movimenti circolari. La linea retta porta ai conti, alle previsioni, ai bilanci e raramente conduce alla vita.
Continuiamo a contare invece di intrecciare e a classificare invece di sentire. Alziamo muri credendo che sostengano l’anima senza accorgerci che la separano dal mondo. Ritrovare il codice dell’universo non significa imparare un linguaggio nuovo ma dimenticare quello vecchio che ci ha convinti a restare fermi. Serve una geometria ribelle, irregolare, viva, una geometria fatta di gesti, di trasformazioni, di forme che non vogliono durare ma accadere.
Solo quando smetteremo di venerare l’angolo retto e lasceremo che il pensiero si incurvi come un ramo carico di neve potremo ricordare ciò che abbiamo sempre saputo. L’armonia non nasce dalla perfezione ma dall’imperfezione che muta, che pulsa, che resta viva proprio perché non pretende di essere eterna.
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