L'ALBA DI UN REGIME
La recente conferenza stampa sulla sparatoria di Minneapolis, nella quale un agente dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good, non è soltanto l’ennesimo episodio di violenza legato alle politiche securitarie dell’amministrazione Trump, ma un sintomo sempre più evidente di una deriva che riguarda il rapporto stesso tra potere, diritto e verità pubblica. Le parole del vicepresidente JD Vance, che ha rivendicato per l’agente una presunta absolute immunity mentre svolgeva il suo dovere, non appaiono come una semplice forzatura giuridica, bensì come un messaggio politico deliberato, rivolto tanto ai tribunali quanto all’opinione pubblica e, non da ultimo, ai media. Nel diritto statunitense l’immunità assoluta è un’eccezione rarissima, limitata a giudici e legislatori nelle loro funzioni essenziali, ma evocarla per un agente operativo armato significa suggerire che l’apparato esecutivo possa collocarsi al di sopra di ogni controllo, trasformando l’uso della forza in un atto amministrativo sottratto a scrutinio. In questo quadro, la difesa preventiva dell’operato dell’ICE si accompagna a una pressione sempre meno velata contro il dissenso e l’informazione non allineata, accusati implicitamente di delegittimare lo Stato, di ostacolare la sicurezza nazionale o di fomentare ostilità verso le istituzioni. Il messaggio è chiaro e inquietante, chi mette in discussione la versione ufficiale, chi indaga, chi critica, rischia di essere dipinto come un problema da neutralizzare più che come una voce da ascoltare. Non è tanto la correttezza tecnica delle dichiarazioni a preoccupare, quanto il clima che esse contribuiscono a creare, un clima in cui l’impunità viene normalizzata, la violenza giustificata e il controllo democratico ridotto a fastidio. È una logica che richiama più da vicino i meccanismi dei regimi che quelli di una democrazia liberale, dove la sicurezza diventa il grimaldello per comprimere diritti, intimidire il dissenso e disciplinare l’informazione. Quando il linguaggio del potere suggerisce che alcune divise non debbano rispondere a nessuno e che alcune domande non debbano essere poste, la preoccupazione non è più teorica ma concreta, quotidiana. Perché la linea che separa una democrazia fragile da un regime non viene attraversata con un colpo solo, ma consumata lentamente, tra conferenze stampa, parole scelte con cura e avvertimenti appena sussurrati. E a quel punto restare svegli non è paranoia, è semplice lucidità.
Resta allora una suggestione finale, forse la più inquietante di tutte, che aiuta a misurare la profondità del problema. Che cosa sarebbe accaduto se non vivessimo in un’epoca in cui chiunque può, in qualsiasi momento, registrare, documentare, conservare e rivedere un fatto. Se non esistessero video, telefoni, testimoni digitali, tracce che sfuggono al controllo diretto dell’autorità. Ci saremmo dovuti fidare, semplicemente fidare, delle dichiarazioni ufficiali. E alla luce di ciò che è stato detto, del linguaggio usato, delle giustificazioni anticipate e dell’immunità rivendicata con tanta disinvoltura, è lecito chiedersi quanti avrebbero finito per convincersi che Renee Nicole Good non fosse una vittima, ma una minaccia. Quanti avrebbero accettato la narrazione di una donna trasformata, post mortem, in ingranaggio di un oscuro complotto terroristico della sinistra, funzionale a legittimare tutto, persino l’irreparabile. È questo il vero spartiacque. Non solo la violenza in sé, ma il fatto che senza la possibilità di vedere con i propri occhi, di confrontare, di dubitare, la verità sarebbe stata interamente delegata a chi oggi dimostra di volerla piegare, selezionare, intimidire. Ed è allora che la parola fiducia smette di essere una virtù civica e diventa una resa.
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