MOWGLI E LA FAMIGLIA NEL BOSCO

Guardavo quel capolavoro disneyano de "Il Libro della Giungla", quando ho pensato a quei moderni Mowgli che vivono al di fuori dalla "socialità". 
I bambini della Famiglia del Bosco somigliano molto a Mowgli quando le scimmie gli chiedono di fare il fuoco. Appartengono pienamente all’umanità, ma non hanno avuto accesso al laboratorio concreto in cui si impara davvero a essere umani...la convivenza quotidiana con i pari. Come Mowgli è uomo per nascita ma non ancora per pratica, così questi bambini vengono riconosciuti come “bambini come gli altri” e su di loro si proiettano competenze che la società considera naturali, ma che in realtà si apprendono solo nell’esperienza...stare in gruppo, giocare, negoziare, litigare e poi ricucire.

Crescendo in un contesto fortemente isolato, lontano dalla socialità ordinaria dei coetanei, ai bambini della Famiglia del Bosco sono mancate quelle esperienze minime e ripetute che costituiscono la vera palestra del vivere insieme. Quando entrano in contatto con il mondo esterno, gli altri danno per scontato che il “fuoco” ci sia già. Invece, come Mowgli, scoprono spesso con imbarazzo e dolore di non sapere nemmeno dove cercarne la scintilla. Non perché siano incapaci, ma perché non hanno potuto esercitarsi.

Questo vuoto non nasce dal caso. È il risultato di una scelta adulta, quella dei genitori che hanno deciso di isolarsi, di sottrarsi alla complessità del mondo sociale e, nel farlo, hanno rifiutato anche per i propri figli l’acquisizione di quella “cassetta degli attrezzi” indispensabile per la Vita. Un rifiuto che spesso si presenta come protezione, purezza, coerenza o libertà, ma che nei fatti priva i bambini dell’allenamento necessario per affrontare l’altro, il conflitto, la frustrazione, l’imprevisto.

Il paradosso è che la società, più tardi, chiede a questi bambini competenze che nessuno ha permesso loro di costruire, e li giudica per non possederle. Il fuoco sociale [come quello di Mowgli] non è innato, va mostrato, praticato, custodito. Serve qualcuno che lo accenda, che lasci provare, che permetta di scottarsi un po’ senza bruciarsi. Senza questo apprendistato, il rischio è che il bambino sviluppi un ricco mondo interno ma resti fragile nella relazione viva, costretto a pensare e controllare ciò che per altri è spontaneo.

Il compito etico, allora, non è colpevolizzare i bambini della Famiglia del Bosco per il fuoco che non hanno, ma riconoscere la responsabilità degli adulti che hanno scelto l’isolamento e interrogarsi su come restituire, anche più tardi, ciò che è mancato. Creare spazi in cui l’apprendistato sociale possa finalmente avvenire, dove il ritardo non sia uno stigma ma un punto di partenza, e dove qualcuno sia disposto a soffiare sulle braci invece di pretendere una fiamma già accesa.
E come nella storia di Mowgli, anche per i bambini della Famiglia del Bosco il punto di arrivo naturale non è la permanenza nella giungla, ma il rientro nella società degli uomini. Non come resa o tradimento, ma come compimento, perché l’appartenenza non si esaurisce nell’origine, ma si realizza nella pratica condivisa. Tornare tra gli altri significa finalmente avere accesso a quel fuoco che non era stato insegnato, imparare a usarlo insieme, e scoprire che la vita umana, per essere davvero tale, ha bisogno degli altri, con tutta la fatica, il rischio e la ricchezza che questo comporta.

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