PIAZZA ULLULÌ, DIRITTO INTERNAZIONALE ULULÀ

Cammini per le strade di una città, Roma, Caracas, poco importa, e trovi una folla che festeggia la caduta di un regime. Le bandiere sventolano, gli slogan rimbombano, le telecamere registrano. L’impressione è immediata “il popolo ha parlato”. 
Ma è davvero così? O stiamo osservando solo la parte più visibile e rumorosa di una società molto più divisa e silenziosa?

Il Venezuela, dopo l’intervento statunitense del 3 gennaio 2026 e la cattura di Maduro, è un esempio lampante. Le scene di giubilo hanno dominato il racconto mediatico, soprattutto tra gli esuli in Florida o in Spagna, persone che hanno perso tutto sotto quel regime e che ora celebrano una fine a lungo attesa. Il loro sollievo è autentico. Ma non è rappresentativo dell’intero paese. Gli esuli sono una comunità autoselezionata e a sua volta non necessariamente compatta. Chi è fuggito dal chavismo, non chi ci ha creduto, né chi ha semplicemente cercato di sopravvivere al suo interno.

Dentro il Venezuela, la realtà è molto più fratturata. Anni di polarizzazione hanno prodotto un paese spaccato, per alcuni Maduro era un dittatore, per altri l’erede della rivoluzione bolivariana. Le strade semideserte di Caracas, l’incertezza diffusa, le celebrazioni isolate e le paure dei sostenitori del regime raccontano un quadro ben lontano dall’immagine di una liberazione unanime. Chi festeggia all’estero rappresenta milioni di esuli, non i milioni rimasti, divisi tra sollievo, rabbia e attesa.

Questo meccanismo non è estraneo nemmeno all’Italia. Le piazze piene contro il governo di turno danno l’illusione di un dissenso universale, ma le manifestazioni sono sempre selettive. Scende in strada chi ha tempo, energia, organizzazione o urgenza politica. La maggioranza silenziosa resta a casa, spesso non per consenso, ma per stanchezza, disillusione o semplice necessità di sopravvivere. Il silenzio non è approvazione, così come il rumore non è rappresentatività.

Se un governo cadesse improvvisamente, anche il nostro, e vedessimo folle esultanti parlare di “liberazione”, non avremmo la prova di una volontà collettiva, ma l’emersione di una "fazione".
E se quella caduta fosse provocata da un intervento straniero, la questione della legittimità resterebbe aperta, anzi aggravata.
 In Libia, con la caduta di Gheddafi, abbiamo assistito alle stesse scene di giubilo... finite le quali si sono evidenziate le feroci divisioni politiche, "tribali. 

Anche ipotizzando che la maggioranza dei venezuelani odiasse Maduro, un’azione militare unilaterale resterebbe problematica. Viola la sovranità, crea precedenti pericolosi, non costruisce legittimità dall’esterno e presuppone un “popolo” compatto che, in realtà, non esiste. Le società sono fatte di memorie e paure inconciliabili, non di unanimità.

Le piazze sono segnali, non sentenze. La democrazia non si misura in decibel né in immagini virali, ma in processi lenti, inclusivi e imperfetti. Celebrare la fine di un tiranno è umano, usarla per giustificare la legge del più forte no. Perché il popolo non è una folla che grida, ma un coro diseguale di voci, molte delle quali restano mute.

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