POINT BREAK
La cattura di Nicolás Maduro e di Cilia Flores da parte degli Stati Uniti, al termine di un’operazione militare presentata come esecuzione di un mandato giudiziario, segna uno spartiacque nell’ordine internazionale. Ciò che per decenni è stato rivestito nel linguaggio del diritto oggi si mostra apertamente come pura gestione della forza. Non è il primo intervento unilaterale statunitense, ma è uno dei più emblematici perché colpisce un capo di Stato in carica [o comunque di fatto] in nome di una giurisdizione penale nazionale proiettata oltre i confini, senza alcun reale tentativo di costruire una cornice multilaterale condivisa.
Per anni si è raccontato che la “comunità internazionale” vivesse in un ordine fondato sul diritto, sulle Nazioni Unite, sui trattati, su procedure lente ma inclusive. In realtà, quella narrazione ha sempre convissuto con un’altra storia, meno edificante, fatta di Panama, Iraq, interventi “umanitari” creati ad hoc, interpretazioni creative della legittima difesa e del mandato ONU. La differenza è che, fino a ieri, almeno si avvertiva il bisogno di travestire la forza da legalità, si convocavano coalizioni, si cercavano risoluzioni, si costruivano dossier per convincere opinioni pubbliche e alleati che quella guerra fosse “necessaria” e “legale”.
Con Caracas il velo si lacera. La giustificazione non è più una legalità internazionale da invocare, ma una legalità interna da esportare, un tribunale americano, un atto d’accusa per narcotraffico, una taglia da 50 milioni di dollari sul capo di un presidente straniero. Si passa dall’idea di un ordine, almeno formalmente, basato su regole comuni all’idea di un ordine in cui il diritto di uno Stato [purché abbastanza potente] diventa strumento per esercitare potere penale e militare nel resto del mondo.
Questo non significa che Maduro diventi improvvisamente un martire del diritto internazionale, né che il suo regime smetta di essere autoritario e segnato da gravi violazioni dei diritti umani. Significa, più brutalmente, che la sua colpa principale, agli occhi di Washington, non è quella che gli imputano i venezuelani, ma quella che gli imputano i codici penali e le agenzie di sicurezza statunitensi, trasformando una crisi politica e sociale regionale in un caso di polizia globale. Il messaggio lanciato al resto del pianeta è chiaro...dove arrivano l’intelligence, le forze speciali e i giudici americani, lì arriva la nuova frontiera della sovranità americana.
Per l’Europa questo è un trauma, ma soprattutto uno specchio. Per anni le classi dirigenti europee hanno ripetuto la formula rassicurante del “rules-based order”, l’ordine fondato su regole, come se fosse un dogma di fede: bastava crederci perché restasse vero. Oggi, invece, sono costrette a guardare la realtà di un sistema in cui il principale alleato strategico decide unilateralmente di rovesciare un governo e di portarne il leader davanti a un tribunale nazionale, senza consultare davvero nessuno, se non a cose fatte.
La vera domanda, allora, non è se gli Stati Uniti abbiano “esagerato” o se il diritto internazionale “reggerà”, perché il cortocircuito è già avvenuto. La domanda è se l’Europa intenda continuare a recitare il ruolo di spettatore moralmente indignato ma politicamente irrilevante, che difende un ordine giuridico che non è in grado né di garantire né di far rispettare. Oppure se sia disposta, finalmente, a riconoscere che il mondo in cui si muove è tornato a essere un mondo di potenze, di sfere d’influenza, di rapporti di forza nudi, e che parlare di diritto ha senso solo se accompagnato dalla capacità di difenderlo, sia sul piano economico che su quello militare.
Ammettere che l’ordine liberale internazionale, se mai è esistito davvero, è finito, non è un esercizio di cinismo. È la condizione minima per smettere di subire l’agenda altrui fingendo che sia ancora scritta nei trattati. Dopo Caracas, continuare a ripetere che viviamo in un mondo governato dal diritto appare più come un atto di fede o di propaganda che come una descrizione onesta del reale; riconoscere che viviamo in un mondo governato dalla forza, invece, è il primo passo per chiedersi se e come sia ancora possibile ritagliare spazi di diritto, e per chi.
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