SUPPOSTA ZUCCHERATA
L’arresto di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, venduto come un atto di giustizia e come un passo verso la liberazione democratica del Venezuela [nello specifico, Maduro ha quattro capi d'accusa: associazione a delinquere con finalità di narcoterrorismo, associazione a delinquere per l’importazione di cocaina, possesso di armi e associazione a delinquere per acquisire armi], ha acceso l’entusiasmo della diaspora a Miami e Santiago, ma a Caracas non ha prodotto alcuna frattura reale e il sistema chavista ha continuato a funzionare senza scosse, con i vertici politici e militari compatti e le istituzioni operative come prima. Questa semplice constatazione smonta la retorica ufficiale e chiarisce un punto che raramente viene detto apertamente, all’amministrazione statunitense della democrazia del popolo venezuelano importa poco o nulla e il richiamo ai valori democratici serve soprattutto come zuccherino retorico per rendere digeribile un’operazione di puro interesse geopolitico. Se l’obiettivo fosse davvero la liberazione del paese, la rimozione di Maduro avrebbe dovuto aprire uno spazio politico, innescare defezioni e creare le condizioni per una transizione, mentre ciò che emerge è un’azione calibrata per colpire il simbolo senza intaccare la struttura, evitando deliberatamente il collasso di uno Stato che resta utile per la gestione dei flussi migratori e soprattutto per la stabilità delle forniture petrolifere. In questo quadro, la celebrazione dell’arresto da parte delle destre occidentali appare ancora più ipocrita, perché trasforma un’operazione di forza extraterritoriale in una favola morale, applicando il diritto internazionale in modo selettivo e confermando che i principi valgono solo quando coincidono con gli interessi strategici. Il chavismo, del resto, non è mai stato un regime fondato su un solo uomo, ma una rete di potere collettiva in cui militari, partito ed élite economiche condividono interessi materiali profondi e hanno tutto da perdere da un vero cambiamento. Arrestare Maduro senza offrire vie di uscita ai centri di potere significa rafforzare la loro chiusura difensiva e rendere ancora più improbabile una transizione reale. Mentre all’estero l’operazione viene vissuta come una liberazione simbolica, all’interno del Venezuela prevale la paura di un vuoto di potere che potrebbe peggiorare una situazione economica già devastata, perché il popolo venezuelano non intravede alcuna garanzia di stabilità o ricostruzione. Ed è qui che emerge la dimensione più cinica della vicenda, perché i venezuelani rischiano di trovarsi a subire un nuovo sovranismo, non interno ma straniero, diventando pedine sacrificabili in una partita a scacchi molto più ampia, giocata tra potenze che parlano di democrazia mentre perseguono interessi energetici e di controllo regionale. In questo scenario la retorica della liberazione serve a coprire una realtà ben diversa, il mantenimento di un equilibrio funzionale a molti attori e il prolungamento della sofferenza di una popolazione che continua a pagare il prezzo più alto senza avere voce né potere decisionale.
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