GESTIONE DELL'ANSIA ELETTORALE
Il nuovo ddl sull’immigrazione è l’ennesimo capolavoro di ipocrisia legislativa, un misto di retorica da comizio e di misure che, come sempre, colpiscono i più deboli mentre lasciano intatti i veri problemi, anzi li alimentano con la solita arroganza di chi crede che basti chiudere gli occhi per far sparire la realtà. Si parte dal blocco navale, ovviamente, perché nulla rassicura l’elettorato come l’idea di un Mediterraneo trasformato in una fortezza, con le navi delle ONG trasformate in nemici pubblici e i trafficanti che, nel frattempo, continuano a fare affari d’oro mentre i migranti affogano un po’ più lontano dalle coste, così da non disturbare la digestione dei talk show serali. Il governo, con la solita faccia tosta, chiama tutto questo “sicurezza”, come se interdire le acque a chi salva vite fosse una vittoria e non l’ennesima prova di come la politica preferisca i simboli alle soluzioni. Poi ci sono i CPR, i centri di permanenza per il rimpatrio, che il ddl trasforma in veri e propri lager burocratici, dove la dignità è un optional e la detenzione prolungata diventa la norma, perché tanto l’obiettivo non è rimpatriare davvero qualcuno, ma tenere in ostaggio un numero sufficiente di persone da poter sbandierare come prova di “fermezza”. Si sa, un CPR sovraffollato e disumano è il sogno di ogni ministro dell’interno in cerca di consensi facili: costa poco, fa rumore e, alla fine, produce solo più irregolari, che è esattamente ciò che serve per giustificare il prossimo decreto sicurezza. E poi c’è la protezione complementare, dove i requisiti diventano così stringenti che sembrano scritti apposta per escludere chiunque non sia già un cittadino modello, come se l’integrazione si misurasse con un timbro su un modulo e non con anni di lavoro, tasse pagate e figli mandati a scuola. Il messaggio è chiaro...se non sei perfetto, se osi avere un momento di fragilità, se non riesci a dimostrare di essere utile esattamente nei modi e nei tempi stabiliti dalla burocrazia, allora non meriti nulla, anzi, sei un problema da nascondere. E intanto l’Europa, quella vera, non quella dei proclami, continua a guardare altrove, perché tanto l’Italia è brava a fare da capro espiatorio per tutti, trasformando in legge nazionale le peggiori derive di un continente che preferisce chiudere gli occhi piuttosto che affrontare le proprie contraddizioni. Il risultato? Un Paese che si riempie la bocca di parole come “ordine” e “legalità” mentre produce irregolarità a catena, dove i migranti sono insieme la minaccia da cui difendersi e la manodopera a basso costo di cui non si può fare a meno, purché restino invisibili e ricattabili. E così, tra un blocco navale e un CPR blindato, si costruisce l’ennesima favola per un elettorato che vuole sentirsi al sicuro, anche se la vera insicurezza è quella di un sistema che preferisce punire piuttosto che integrare [ne ho parlato in questa Bustina], che sceglie la paura invece della responsabilità, e che alla fine non risolve nulla, se non il problema di dover giustificare la propria inettitudine con un nuovo nemico da additare ogni sera in televisione. La verità, semplice e scomoda, è che questo ddl non serve a gestire l’immigrazione, ma a gestire l’ansia di chi l’immigrazione non la vuole vedere, perché affrontarla vorrebbe dire ammettere che il mondo è più complicato di uno slogan e che le soluzioni richiedono coraggio, non muscoli e catene. Ma il coraggio, si sa, non fa audience.
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