DEMOCRAZIA E BOMBE
"Riflessioni sull'ordine nucleare e l'erosione della garanzia democratica"
L'ordine nucleare che governa il mondo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è fondato su una promessa implicita, mai davvero messa per iscritto ma potente quanto un trattato: che le armi più distruttive mai create dall'umanità siano al sicuro perché custodite da democrazie. Questa promessa ha retto per decenni come uno dei pilastri dell'architettura internazionale del dopoguerra, assieme al Trattato di Non Proliferazione del 1968, che ha istituzionalizzato una divisione del mondo fra chi aveva già la bomba e chi non avrebbe dovuto mai averla. Il ragionamento sottostante era, nella sua brutalità, almeno coerente: le potenze nucleari riconosciute, Stati Uniti, Unione Sovietica poi Russia, Francia, Regno Unito, Cina, erano sistemi politici dotati di controlli istituzionali, di checks and balances, di parlamenti, di opinioni pubbliche in grado, almeno in teoria, di tenere a freno l'uso dello strumento bellico più estremo. La deterrenza funzionava proprio perché nessuno avrebbe potuto premere il pulsante senza che si attivasse un sistema di freni. Era una finzione parziale, naturalmente, perché la Cina nel 1968 era già una dittatura monopartitica, e l'Unione Sovietica non era certo una democrazia liberale, ma il principio reggeva abbastanza da giustificare l'asimmetria davanti all'opinione mondiale.
Oggi quella promessa scricchiola in modo sempre più inquietante, e non soltanto per colpa dei Paesi che la bomba non ce l'hanno. Scricchiola dall'interno, là dove avrebbe dovuto essere più solida. Assistiamo a una trasformazione profonda delle democrazie occidentali, e in particolare della più potente di tutte, gli Stati Uniti, in cui la forza militare e la coercizione economica sono diventate strumenti di politica estera sempre meno mediati dal diritto internazionale, dal multilateralismo, dal consenso delle istituzioni. Le sanzioni economiche vengono usate come arma di guerra totale contro popolazioni civili, i dazi diventano strumenti di pressione geopolitica, il sostegno a certi regimi o a certi conflitti si decide in modo sempre più unilaterale e capriccioso, spesso al di fuori di qualsiasi cornice giuridica condivisa. Non si tratta di episodi isolati ma di una tendenza strutturale, che attraversa amministrazioni diverse e che rivela come il ruolo della democrazia come argine al potere militare si stia erodendo progressivamente.
Il problema non è solo morale ma logico. Se la giustificazione del monopolio nucleare era che i Paesi democratici avrebbero gestito l'arsenale con responsabilità, con trasparenza verso i propri cittadini, con rispetto delle norme internazionali, allora ogni passo verso un uso spregiudicato della forza, anche convenzionale, anche economica, mina quella giustificazione alla radice. Un Paese che minaccia alleati economici con ritorsioni commerciali, che si ritira dai trattati multilaterali come se fossero contratti rescindibili unilateralmente, che usa la propria valuta o i propri sistemi di pagamento come leva di pressione contro Stati sovrani, non sta più esercitando il tipo di leadership che rendeva il monopolio nucleare accettabile. Sta semplicemente dimostrando che la differenza tra una grande potenza nucleare democratica e una autoritaria è meno di quanto si pensasse, almeno sul piano della disponibilità a usare il potere in modo coercitivo.
Va detto con franchezza: la questione della proliferazione nucleare non ha risposte semplici né rassicuranti. Più attori dotati di arma atomica non significa automaticamente più stabilità, la teoria della deterrenza multipolare è molto meno robusta di quella bipolare della Guerra Fredda, perché aumentano esponenzialmente le possibilità di miscalcolo, di escalation accidentale, di uso da parte di regimi instabili o in preda a crisi interne. Il rischio fisico è reale e non va sottovalutato. Ma questo argomento pratico, per quanto serio, non risolve il problema di legittimità che si è aperto. Non si può continuare a dire al mondo che le armi nucleari sono al sicuro perché le gestiscono le democrazie, quando le stesse democrazie mostrano di aver abbandonato molti dei valori che quella sicurezza avrebbero dovuto garantire. È come affidarsi alla parola di un istituto bancario per la custodia dei propri risparmi e poi scoprire che quell'istituto ha smesso di applicare le norme che lo distinguevano dagli usurai.
Il caso della Corea del Nord è istruttivo in questo senso, non perché il regime di Pyongyang sia difendibile in alcun modo, ma perché mostra con cruda chiarezza le conseguenze della logica del doppio standard. Il governo nordcoreano ha osservato cosa è successo all'Iraq di Saddam Hussein dopo che si era rivelato privo di armi di distruzione di massa, e alla Libia di Gheddafi dopo che aveva rinunciato al proprio programma nucleare in cambio di rassicurazioni internazionali. Ha tratto la conseguenza razionale, per quanto aberrante, che solo un arsenale nucleare garantisce la sopravvivenza di un regime contro cui le grandi potenze vogliono usare la forza. La deterrenza nucleare, insomma, funziona nella direzione opposta a quella che i suoi architetti avevano immaginato: non come argine alla proliferazione, ma come incentivo ad essa per chi si sente nel mirino.
C'è un'altra dimensione che raramente emerge nel dibattito pubblico, e che riguarda il rapporto tra la bomba e la democrazia interna ai Paesi che la possiedono. La decisione sull'uso delle armi nucleari, l'atto politico potenzialmente più grave e irreversibile che un governo possa compiere, è di fatto sottratta a qualsiasi forma di controllo democratico reale. Negli Stati Uniti, il presidente ha l'autorità di ordinare un attacco nucleare in pochi minuti, senza dover consultare il Congresso, senza che alcun meccanismo istituzionale possa bloccarlo se non la catena di comando militare, che è a sua volta soggetta agli ordini presidenziali. È una concentrazione di potere assoluto che contraddice ogni principio democratico di bilanciamento e controllo reciproco. In nessun'altra sfera della vita pubblica un singolo individuo ha un potere così illimitato e così poco controllato. La democrazia, in questo caso, è una facciata che non regge all'esame della realtà istituzionale.
Tutto questo ci porta a una domanda che diventa sempre più urgente e che gli architetti del TNP nel 1968 avevano forse rimandato consapevolmente: c'è un modo giusto di distribuire il rischio nucleare nel mondo? O, detto altrimenti, è possibile costruire un ordine internazionale che sia insieme sicuro e legittimo? La risposta onesta è che non lo sappiamo, perché nessuno ha ancora trovato un meccanismo che garantisca allo stesso tempo la non proliferazione e la parità di trattamento fra gli Stati. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, firmato nel 2017 da oltre novanta Paesi ma boicottato da tutte le potenze nucleari, rappresenta un tentativo di spostare il campo morale, di dichiarare che l'arma atomica è semplicemente inaccettabile come categoria, a prescindere da chi la possiede. È una posizione eticamente coerente, ma politicamente impotente finché le potenze che contano si rifiutano di aderirvi.
Ciò che è chiaro, però, è che il logoramento della democrazia come garanzia di responsabilità nell'uso della forza non è un fatto astratto o filosofico. Ha conseguenze concrete sulla stabilità del sistema internazionale, sulla credibilità delle istituzioni multilaterali, sulla fiducia degli Stati più piccoli che nel diritto internazionale avevano riposto le proprie speranze di sicurezza. Quando la forza prevale sul diritto, quando la coercizione economica viene usata senza remore anche fra alleati, quando i trattati diventano opzionali in base alla convenienza del momento, il messaggio che si manda al mondo è che il potere è l'unica moneta che conta davvero. E in quel mondo, dove il potere è l'unica moneta, chi non ha la bomba ha ogni ragione di volerla.
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