TIGRE DI CARTA
Vale la pena chiedersi, con la dovuta malizia intellettuale, a chi convenisse davvero gonfiare la minaccia iraniana fino a farne il grande nemico dell'ordine mondiale. Perché c'è qualcosa di sistematico, e non casuale, nel modo in cui per decenni l'Occidente, con Washington in testa, Israele a fare da coro, ha dipinto l'Iran come una potenza militare formidabile, un regime capace di destabilizzare interi continenti, un pericolo esistenziale che giustificava sanzioni, embargo, operazioni coperte e, alla fine, la guerra aperta. Eppure bastano pochi giorni di conflitto reale per smontare l'intera scenografia, il dominio aereo iraniano svanisce quasi subito, la flotta viene decimata nel giro di una settimana, le basi a terra si trasformano in crateri. Non è la caduta di un colosso, è il crollo di un fondale teatrale.
La domanda che nessuno sembra volersi porre con onestà è se quella minaccia fosse mai stata reale nella misura in cui veniva descritta, o se non fosse invece il prodotto di una conveniente convergenza di interessi. Da un lato la macchina militare-industriale americana, che ha sempre bisogno di un nemico credibile per giustificare bilanci della difesa da capogiro. Dall'altro Israele, che trae vantaggio geopolitico enorme dal mantenere l'Iran nella posizione del mostro regionale, e infine gli stessi governi del Golfo, felici di avere un contraltare sciita con cui spaventare le proprie popolazioni e ottenere protezione da Washington a prezzi vantaggiosi. In questo schema, l'Iran minaccioso era un asset condiviso, utile a tutti, che nessuno aveva interesse a ridimensionare.
E Teheran? Teheran ha recitato la sua parte con entusiasmo, ma per ragioni che hanno poco a che fare con un reale progetto di sfida militare all'Occidente. I missili esposti nelle parate, gli slogan sulla distruzione di Israele, le milizie disseminate per la regione, il programma nucleare usato come spauracchio perpetuo, tutto questo serviva innanzitutto a un pubblico interno, a tenere coesa una popolazione sotto pressione attraverso la narrazione dell'assedio straniero e della resistenza eroica. Serviva inoltre a ritagliarsi un posto di peso nella regione, a parlare da potenza e non da paese in ginocchio sotto le sanzioni, a tenere sotto scacco l'Arabia Saudita nella competizione per l'egemonia del mondo islamico. Era una politica di potenza condotta con i mezzi del teatro, efficace finché nessuno chiamava il bluff.
Il problema è che il bluff, prima o poi, viene chiamato. E quando succede, si scopre che la tigre mostrava i muscoli soprattutto per impressionare chi stava a guardare, non per aggredire davvero. Resta da aggiungere che fonti del Pentagono hanno riferito al Congresso, in sedute riservate, che nessuna intelligence segnalava un attacco preventivo iraniano imminente contro le forze americane, il che suggerirebbe che anche il casus belli sia stato, almeno in parte, confezionato. Una tigre di carta, insomma, cui si è appiccato il fuoco dopo averla agitata per trent'anni davanti alle telecamere. La scenografia brucia benissimo, questo va riconosciuto. Il problema è capire chi stesse davvero reggendo i fiammiferi.
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