CRONACA DALLA TERRA DEI PURI
Islamabad, 11 e 12 aprile 2026. La capitale pakistana [PAKISTAN significa "Terra dei Puri, ndr"] si è trasformata per due giorni in qualcosa che non si vedeva da decenni, ovvero il palcoscenico del primo confronto diretto ad alto livello tra Stati Uniti e Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979, con oltre diecimila uomini delle forze di sicurezza schierati, cecchini sui tetti, la zona rossa che ha blindato interi quartieri e l'albergo Serena requisito e svuotato dei suoi ospiti per accogliere le delegazioni. Una scenografia da crisi mondiale, che in effetti crisi mondiale è. I colloqui, noti come Islamabad Talks, si sono svolti in formato di proximity talks, cioè con le due delegazioni in stanze separate e mediatori pakistani a fare la spola, un formato che dice già molto sulla distanza politica e sulla reciproca diffidenza tra le parti. Vale la pena correggere subito un dettaglio che circolava in alcune ricostruzioni, perché Mohammad Bagher Ghalibaf non è il presidente dell'Iran bensì il presidente del Parlamento, e guidava la delegazione di Teheran insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, una scelta che segnala come l'Iran abbia voluto mandare figure di peso senza esporre direttamente il presidente della Repubblica Pezeshkian. Sul fronte americano, JD Vance ha guidato una delegazione di quasi trecento persone, un numero che da solo racconta quanto Washington considerasse strategico questo appuntamento. Ventuno ore di negoziati, e alla fine nessun accordo. Vance ha dichiarato che il nodo insuperabile è stato il rifiuto iraniano di impegnarsi formalmente a non sviluppare armi nucleari, mentre Teheran ha respinto le richieste americane definendole eccessive e incompatibili con la propria sovranità nazionale. La verità, come spesso accade in questi frangenti, sta probabilmente nel mezzo, perché le posizioni di partenza erano così distanti da rendere un accordo in un'unica sessione quasi fantascienza, e lo stesso portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha ammesso candidamente che nessuno si aspettava davvero di chiudere tutto in un giorno. Teheran chiedeva il controllo dello Stretto di Hormuz, riparazioni di guerra, la fine delle operazioni militari in tutto il Medio Oriente Libano compreso, il rilascio dei beni congelati e la revoca delle sanzioni internazionali, un elenco che assomigliava più a una resa americana che a un compromesso. Washington invece pretendeva un impegno vincolante sul nucleare e la riapertura immediata di Hormuz senza contropartite simmetriche credibili. Con queste premesse, il fallimento era quasi iscritto nel copione, e chi si aspettava una svolta storica in ventiquattr'ore forse sottovalutava quanto profonda sia la sfiducia accumulata in decenni di ostilità. La risposta di Trump al mancato accordo è stata immediata e prevedibilmente muscolare, con l'annuncio di un blocco navale dello Stretto e dragamine pronti a forzare il passaggio, accompagnato da minacce alle infrastrutture iraniane e persino alla Cina qualora tentasse di sostenere Teheran, una retorica che serve evidentemente a scaricare sull'Iran tutta la responsabilità dello stallo e a giustificare internamente la linea della maximum pressure. Le Guardie Rivoluzionarie hanno risposto che lo stretto è aperto alle navi civili ma che quelle militari saranno trattate di conseguenza, un linguaggio che lascia aperta la porta a un'escalation che nessuno, almeno a parole, dice di volere. Il Pakistan di Shehbaz Sharif esce da questa vicenda in una posizione curiosamente dignitosa nonostante il mancato accordo, avendo dimostrato di essere l'unico Paese che godeva della fiducia di entrambe le parti, e il ministro degli Esteri Ishaq Dar ha già annunciato che si cercherà di facilitare nuovi round di dialogo nelle prossime settimane. È forse questa la notizia più sottovalutata di tutta la vicenda, perché il dialogo che resta aperto vale più del fallimento che lo ha preceduto. Quello che rimane sul tavolo è un cessate il fuoco fragilissimo, un Golfo Persico dove il petrolio e il nucleare continuano a essere bombe a orologeria, e un conflitto che dura ormai da sei settimane senza che nessuna delle parti abbia ottenuto ciò che voleva davvero. Trump non ha ottenuto la resa iraniana, Teheran non ha ottenuto il riconoscimento delle sue pretese, e il mondo si trova esattamente dove era prima, sospeso tra la speranza di un compromesso sottotraccia e il rischio concreto che il prossimo passo sia militare.
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