PRIMO, LA GUERRA

Prendo spunto dal discorso di Pasqua del Presidente Trump, il quale ha detto che lo Stato federale non può pensare agli asili nido perché deve pensare a difendere gli Stati. Queato ci costringe a mettere sul tavolo una domanda che di solito si preferisce evitare... cosa dobbiamo gli uni agli altri, come comunità?

La risposta federalista di Trump 
"lasciate decidere gli stati, le comunità sanno meglio di Washington cosa serve", ha una sua coerenza. La prossimità può produrre soluzioni più adatte ai contesti locali, e la burocrazia centrale ha i suoi fallimenti, documentati. Non è una posizione priva di argomenti.

Ma c'è un punto in cui il principio si incrina, e quel punto è la disuguaglianza di partenza. La sussidiarietà funziona quando i soggetti che ricevono responsabilità hanno capacità comparabili di esercitarla. Quando non è così, e negli Stati Uniti non lo è, tra stati con PIL pro capite che differiscono del 40-50%, decentrare significa cristallizzare le disparità esistenti, non superarle. Il Mississippi non diventa il Massachusetts per decreto federalista.

Sul piano militare, la questione non è se difendere il paese sia legittimo. Lo è. La questione è se esista una proporzione ragionevole tra la cura proiettata verso l'esterno e quella riservata all'interno. Un paese che spende per la difesa circa quanto il resto del mondo messo insieme, e che fatica a garantire assistenza pediatrica universale, ha fatto una scelta precisa su dove colloca il valore della sicurezza, e quella scelta riguarda chi conta di più.

Ciò che mi colpisce, però, non è tanto la posizione in sé quanto il linguaggio con cui viene presentata. Chiamare Medicaid e Medicare "cose individuali" non è semplificazione...è un'operazione semantica che sposta la responsabilità collettiva sul piano personale, dove diventa più difficile da rivendicare e più facile da erodere. Le parole che usiamo per descrivere i diritti determinano quanto a lungo riusciamo a difenderli.

Un paese maturo, a mio avviso, non è quello che fa di più per i suoi cittadini a prescindere. È quello che ha una conversazione onesta su cosa può sostenere, come distribuire i costi, e soprattutto chi rischia di restare indietro quando si allentano le reti comuni. Quella conversazione richiede dati, non slogan. Richiede di guardare in faccia chi perde, non solo celebrare chi vince.

Il vero problema non è la grandezza dell'America. È la difficoltà, comune a molte democrazie, di mantenere viva l'idea che la fragilità di qualcuno sia un problema di tutti. Quando quella idea si indebolisce, non sparisce la fragilità, sparisce solo la solidarietà.

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